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mercoledì 14 settembre 2016

UN PANINO A SCUOLA CONTRO L'INGIUSTIZIA

Il diritto allo studio deve passare attraverso la gratuità della mensa
  

                    

La  “questione mensa”, sorta in Piemonte in seguito ad un ricorso di un gruppo di genitori che hanno rivendicato il diritto di poter far consumare il panino portato da casa ai propri figli, è giunta ormai al termine, con la vittoria dei genitori, grazie alle sentenze della Corte d’Appello e del Tribunale di Torino “… la gratuità dell’istruzione è un principio assoluto e in alcun modo relazionato al reddito dei soggetti che devono fruirne. Subordinare il diritto allo studio all’adesione al servizio a pagamento viola il dettato costituzionale” 
Il panino della vittoria o della sconfitta, a seconda dei punti di vista.

La sentenza ha innescato una reazione a catena in altre Regioni creando non poche polemiche e difficoltà di tipo organizzativo.
   

Sono molto preoccupata per gli sviluppi che porterà tale sentenza.

    La questione di fondo è correlata alla norma sul diritto allo studio che ha portato la refezione scolastica ad essere riconosciuta come parte integrante della formazione scolastica.


Il passaggio dal concetto di assistenza a quello di servizio e di educazione alimentare ha le sue origini negli anni Settanta, con la soppressione del Patronato che gestiva il servizio di refezione per integrare la razione alimentare dei bambini in situazioni economiche disagiate.  Si sancisce infatti il passaggio da assistenza a servizio con il trasferimento delle competenze in fatto di assistenza sociale ai Comuni (art.45 D.P.R. 24 luglio 1977, n.616).                                                                                                                  Nel 1974 la Lombardia, con la Legge Regionale n.54, individua la refezione scolastica come componente del diritto allo studio e, a seguito dell’introduzione del tempo pieno nella scuola elementare (1975-1980), mangiare a scuola diventa a tutti gli effetti di un servizio al cittadino quando inizia il suo percorso scolastico.                                                        
  Nel 2010 vengono emanate dal Ministero della salute le linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica che diventa uno strumento fondamentale di educazione alimentare. Queste “muovono dall’esigenza di facilitare, sin dall’infanzia, l’adozione di abitudini alimentari corrette per la promozione della salute e la prevenzione delle patologie cronico-degenerative di cui l’alimentazione scorretta è uno dei principali fattori di rischio”.

In altri termini, l’istituzione della mensa scolastica ha storicamente perseguito gli obiettivi irrinunciabili in una scuola pubblica, di garantire a tutti i bambini, indipendentemente dalle risorse della loro famiglia, almeno un pasto di elevato valore nutritivo e bilanciato al giorno e fare del momento del pasto un momento di educazione sia alimentare sia comportamentale. Per questo motivo, la presenza in mensa fa parte dell’orario di lavoro degli insegnanti ed i bambini, almeno fino a tutte le classi della scuola primaria non sono lasciati a se stessi mentre sono a mensa.

La ristorazione scolastica, pertanto, non può essere considerata riduttivamente  come un soddisfacimento di fabbisogni nutrizionali, ma va intesa come un momento di educazione e di promozione della salute salute.                               Mangiare a scuola vuol dire anche arricchire il modello alimentare casalingo, attraverso nuovi sapori, gusti ed esperienze alimentari, gestendo le difficoltà di alcuni bambini nei confronti dei piatti mai assunti o di fronte a un gusto non gradito al primo assaggio. 

La refezione scolastica è una componente fondamentale della didattica e non si possono escludere alcuni bambini da questo momento di crescita.
Rinforza tale concetto Chiara Saraceno quando scrive:
Paradossalmente, questa funzione educativa della mensa è stata riconosciuta anche dalla sentenza dei giudici della Corte d’appello di Torino del 22 giugno scorso, che ha dato ragione ai genitori che chiedono di lasciare a scuola i figli con il pasto portato da casa, senza obbligarli a tornare a casa per mangiare. Secondo la Corte, tuttavia, è “il tempo della mensa”, il tempo dedicato al pasto, non il fatto di imparare, insieme ai propri compagni, a mangiare cose diverse ed eventualmente confrontare e rispettare esigenze dietetiche o di cultura alimentare differenti, ad essere parte della formazione dei ragazzi. Il che mi pare francamente riduttivo”


Insisto.
C’è un discorso di uguaglianza e di corretta nutrizione: una ricerca dello University College di Londra (2012) ha valutato che gli apporti nutrizionali del pranzo portato da casa erano nettamente inferiori a quelli presenti nel menu scolastico. A scuola si mangia con maggior attenzione alle qualità (la scelta dei fornitori è sempre più bio e a filiera corta), c’è un incentivo alla varietà e un controllo medico sulle porzioni, con relativo carico di apporto calorico e di nutrienti.

Altra cosa è invece discutere della qualità della mensa scolastica e del    costo di tale servizio che, coerentemente con quanto enunciato finora, essendo un momento della didattica scolastica non può, nella scuola dell’obbligo, comportare alcuna spesa da parte delle famiglie.
Perciò anch’io come Chiamparino, governatore del Piemonte invoco una legge “Bisogna colmare il vuoto normativo evidenziato dalla magistratura. Il tema dei costi troppo alti non può essere sfruttato smontando una conquista raggiunta negli anni”

Donata Albiero

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