sabato 25 marzo 2017

VIOLENZA E BULLISMO FIGLI DI UNA SOCIETA' MALATA

   Il guerriero          https://youtu.be/fK8LrzzC4-8


Continuano a verificarsi nella nostra società episodi di violenza fine a se stessa, che non trovano alcuna giustificazione sociale e morale.















A fare le spese del clima brutale in cui viviamo sono quasi sempre i più deboli: i bambini, i vecchi, gli stranieri, le donne, i poveri. Siamo spinti a pensare che la violenza diffusa dipenda in parte dai modelli che gli stessi media e la pubblicità ci trasmettono: il maschio vincente, la donna aggressiva e “performante”, “l’uomo che non deve chiedere mai”.             
 Oggi, tutti desideriamo stare sotto i riflettori, essere famosi, essere qualcuno, con qualsiasi mezzo,
 vincendo il premio Nobel, esibendoci al Grande Fratello, o mettendo a ferro e fuoco uno stadio. E per raggiungere il nostro obiettivo siamo disposti a sgomitare, ad aguzzare i denti, a calpestare il corpo e l’anima di chiunque.
 L’arroganza, la prepotenza, sembrano oggi diventate delle virtù da ammirare e da coltivare. Prevale l’orgoglio, chi non ce la fa perde e merita soltanto il nostro disprezzo o la nostra indifferenza.

A fronte di tali drammatiche problematiche di violenza e di prepotenza che possono sfociare nel bullismo (adulto e adolescenziale) si suole opporre, di solito, nell'immediato, clamorose dichiarazioni d'intenti, analisi sociologiche non meditate, giustificazioni psicologiche superficiali e motivazioni politiche partigiane, tendenti ad attribuire la causa degli eventi a forze avverse non meglio specificate. Dopo qualche tempo tutto viene archiviato e trasferito nel dimenticatoio: “archivio virtuale che non eserciterà più, per sua intrinseca natura, alcuna   influenza sull'opinione pubblica, già di per sè mentalmente intorpidita dalle massicce e convulse dosi di informazioni quotidiane …e tutto resta come prima …fino al ripetersi fatale di ulteriori episodi  di violenza"  (Saro Borgia)



 La prepotenza che può sfociare nel  “… bullismo è figlio di una ignoranza, di una arroganza, di una diseducazione alle quali purtroppo la tv concorre in modo potente. Non parliamo poi della Rete dove l’anonimato incoraggia ogni sorta di dileggio. Anche nei dibattiti politici, un tempo molto corretti, e nei talk show, hanno cominciato ad imperversare personaggi che fanno dell’insulto, dell’oltraggio, della villania, della diffamazione la loro fondamentale “qualità televisiva”, si lamenta un lettore di Repubblica in una lettera aperta il 22 03 2017 .

Che fare? 
Una sorta di impotenza: è ‘l’aria generale’ che tira risponde C. Augias
 ”Penso alle aule parlamentari e agli spettacoli spesso indecenti che vi hanno luogo in termini sia
 di favori scambiati sia di comportamenti violenti o oltraggiosi. L’aula della Camera ospita spesso classi di adolescenti in visita, spesso bisognerebbe vietarla ai minori di 18 anni. La cinematografia televisiva quasi per intero. 
Invito a una prova: scanalare velocemente col telecomando, contare quante sparatorie e scazzottate si vedono. Le risse del resto piacciono, fanno aumentare l’ascolto, il dibattito in studio spesso assomiglia a due ubriachi in strada che reggendosi male sulle gambe se ne dicono di tutti i colori. Chi passa un minuto si ferma, un sorriso se lo concede. Poiché sull’ascolto si misura il compenso dei conduttori oltre che la fortuna della rete, nessuno ha interesse a far moderare i toni e a togliere la voce a chi esagera. Sarebbe facilissimo, basterebbe chiudere il microfono per trasformare l’urlatore in un pesce da acquario. Proseguo: il livello molto basso di acculturazione media che tende a incoraggiare consumi e passatempi di infimo livello, scoraggiando per esempio la lettura dei quotidiani più seri. Le famiglie, spesso assenti o incapaci di educare... Eccetera”.

Aggiungo io, criminalizzare il bullo di turno è un modo per nascondere la faccia di una società, che è il contesto in cui esso si manifesta.

Si tratta di un malessere, espressione dell’ambiente deprivato di valori umani in cui vivono molti ragazzi. L’odio razziale, la discriminazione religiosa, l’intolleranza verso il diverso, l’egoismo, la canea contro i migranti e tante altre manifestazioni di disumanità sono il terreno in cui i germi del bullismo si sviluppano. Se è giusto colpire e insultare chi scappa dalla guerra e dalla fame è altrettanto logico infierire sull’elemento debole di turno che si trova a portata di mano.



Chi predica vento raccoglie tempesta.
Il bullo non è altro che l’autoritratto (oggi diremmo “selfie”) di una società che ha smarrito se stessa.

Colpevolizzare o punire serve a poco.  
 E’ necessario un confronto culturale permanente per contrastare il degrado morale e etico di una società che ogni giorno si esprime nella violenza o\e nel bullismo, ripristinando  il rispetto delle regole e del bene comune e cominciando dalle piccole cose, dagli aspetti più minuti della vita quotidiana. Mi permetto di suggerirlo ai genitori in primis e in seconda battuta ai docenti.


Donata Albiero 

sabato 11 marzo 2017

LE NUOVE PAURE DEI BAMBINI E DEI RAGAZZI

  F   
COME CURARLE ?  

Favole terapeutiche per "curare" le paure dei bambini   https://youtu.be/IqKHvbGBdMA

 Alla ricerca di libri per i miei due nipotini che, in forma di favole affrontassero il discorso delle “paure” tipiche dei bambini della prima infanzia e desse loro strumenti di autostima per superarli ho pensato in queste ultime settimane alle paure che avevo io più di 50 anni fa quando ero piccina, alle paure, per così dire ‘classiche’ che hanno attraversato intere generazioni dei bambini.


Ho cercato,educativamente, di affrontarle,  come direttrice didattica, nella scuola da me diretta assieme alle maestre delle scuole materne ricorrendo  a corsi di formazione promossi con psicologi e psicoterapeuti  rivolti a insegnanti e genitori sulla tematica, a  progetti di continuità scuola materna ed elementare (cinque e sei anni)  con la costruzione di libri contenenti  favole scritte da genitori e insegnanti formati e con le illustrazioni dei loro  bambini (“Le Fiabe dell’Arcobaleno”: progetto Arcobaleno, anno scolastico 1994/95 e “L’invenzione di favole per la prevenzione del disagio giovanile”: progetto Ragazzi 2000 nelle prime elementari , con particolare attenzione al  tema della morte e delle malattie, a.s. 1995/96)  

Poco più di vent’anni fa.

Nella mia infanzia, ricordo gli orchi, le streghe, i draghi, l’uomo nero, il diavolo, mostri  che evaporavano alla luce del giorno; battaglie notturne che noi bambini perdevano e vincevano ai confini dell'immaginario per diventare realmente più forti, più grandi. Adesso anche è così.
E , ieri  come oggi, si può cercare un rimedio alle paure parlando soprattutto con il corpo.

Lawrence J. Cohen, un famoso psicologo americano che ha studiato per lo più i messaggi passati attraverso il gioco arrivato anche nelle librerie italiane con Le paure segrete dei bambini”» (per Urrà Feltrinelli), offre un sommario di tecniche per aiutare a superare le angosce infantili. Giochi come il cucù, il nascondino o i molti ciao e arrivederci con bambole e peluche che appaiono e scompaiono da dietro la schiena della mamma aiuteranno i piccolissimi che non vogliono andare alla scuola materna, ma anche a rifuggire dall’ansia che li assale ogni volta che c’è da provate qualcosa di nuovo: l’acqua del mare, un cibo diverso da quello di casa, la prima scelta da fare da soli.

Mi preoccupa però la lenta trasformazione che è avvenuta negli ultimi decenni del “lupo cattivo":  
ha sempre meno l'aspetto di Ezechiele che rincorre i tre porcellini. Somiglia invece terribilmente ad un kamikaze imbottito di dinamite che fa saltare in aria la scuola, l'autobus, la metropolitana, l'aereo. Oppure, è più vicino, è già qui: è quel signore gentile che fa giochi proibiti; è qualcuno che mette varechina nell'acqua, o che fa buchi nel cielo e rende irrespirabile l'aria.


Al largo della loro infanzia, i bambini, oggi, vivono nuove paure: storie di mostri, trappole, inganni e sciagure che giungono loro in diretta da un mondo realmente bellicoso, insidioso, ostile; in diretta dalla TV, dalla vita, dove l'angoscia è un presente senza più punti fermi se anche i genitori litigano, si detestano, si separano.
Nessun luogo è sicuro per nessuno.
Quelle di oggi son paure suscitate da una mancanza di sicurezza.
Rispetto al mondo in cui ero bambina io più stabile e dai confini più definiti, oggi ci troviamo a vivere in una realtà che improvvisamente deflagra, si scompone, ci minaccia: paura di attentati, di viaggiare, di uscire all'esterno, di chi è diverso per colore della pelle.
La guerra, le bombe, la perdita della casa e dei genitori, il sangue, le malattie, la miseria, la droga, la morte, i ladri, gli extracomunitari, gli zingari, gli incidenti stradali, gli uomini che fanno del male, che rapiscono, che violentano i bambini, la solitudine... eccole le nuove paure secondo il pediatra Marcello Bernardi che in un libro scritto con la pedagogista Pina Tromellini - "La tenerezza e la paura" - affermava: "Le paure "immaginarie" del baubau, del lupo, dell'uomo nero, dell'orco sembrano quasi anacronistiche se paragonate a quelle che hanno i bambini di oggi".
 Era il 1996. Prima delle Torri gemelle, prima dell'Afghanistan, di Bin Laden, prima di Saddam, dell'Iraq e delle decapitazioni... Era prima.

Le paure degli adolescenti, poi, sono cambiate e diventate più drammatiche, un po’ per colpa nostra un po’ perché i ragazzi di oggi sono i primi ad aver vissuto sulla propria pelle la crisi, e a rendersi conto delle difficoltà dei genitori.
Particolarmente interessante una analisi sulle paure tra gli adolescenti, una età difficilissima che ho conosciuto bene negli ultimi dieci anni in cui ho guidato la scuola media e il CTP (Centro Territoriale di educazione permanente per Adulti dove ragazzi sedicenni difficili ed emarginati cercavano di finire gli studi dell’obbligo)    
Scrive Vera Schiavazzi: “ Secondo una ricerca finita dall’Agippsa nel 2015 (Associazione gruppi italiani di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza) su 483 studenti degli ultimi anni di liceo sparsi tra Milano, Parma e Catania, il 54,35 per cento dei ragazzi intervistati prova «preoccupazione» riguardo al futuro, e il 23,48 addirittura una «forte angoscia».
Matteo Lancini, presidente di Agippsa, spiega: «Si comincia con l’iperinvestire sui figli, che sono spesso la cosa più importante della famiglia. Basti pensare a come sono cambiate le nostre amicizie: prima i nostri figli giocavano con i figli dei nostri amici, ora siamo noi a costruire le amicizie fin dall’asilo nido coi genitori dei compagni che loro preferiscono. Poi i più piccoli assorbono un’idea di successo e di narcisismo che li convince che è il benessere la cosa più importante ».
E quando arriva l’adolescenza non c’è più il normale conflitto, la ribellione dei figli contro i genitori, ma semmai l’idea che il proprio fallimento sia vissuto con grande angoscia da papà e mamma, e il desiderio di accontentarli.
Intanto però il 50 per cento degli intervistati pensa che il mondo sarà inospitale (guerra, inquinamento e mancanza di spazi verdi sono i tre motivi principali) e il 45 per cento è preoccupato perfino dal superamento del mondo virtuale, cioè quello dove gli adolescenti vivono gran parte della propria vita, rispetto a quello reale” .(i Repubblica ) 
Preoccuparsene tocca, per una volta, soprattutto ai padri: gli intervistatori di Agippsa  hanno verificato che è soprattutto la pressione paterna per far rinunciate i figli ai propri sogni a influenzare negativamente la visione del futuro, mentre la stessa domanda non ha valore statistico se riferita alle madri. 

Alcuni suggerimenti degli esperti mi sembrano utili per noi adulti:  

«Stare accanto a un bambino o a un ragazzo trasmettendogli continuamente l’idea che deve farcela, e che se non ce la farà ora, che si tratti di
un’interrogazione o di una gara di sci, non ce la farà mai nella vita, è il metodo degli adulti già spaventati», dice  Alberto Pellai, medico e ricercatore che si occupa soprattutto di prevenzione (“Baciare fare dire”»,  Feltrinelli Kids, è il suo ultimo libro dedicato alle insicurezze dei maschi).

Comunicare a più generazioni che “non hanno futuro” a causa di problemi economici, sociali, come la fine del posto di lavoro fisso, non è un’operazione che gli adulti devono fare alla leggera. Se c’è una crisi economica, di valori, se c’è una scarsa attenzione alle risorse planetarie come dicono sia politici autorevoli sia i rappresentanti della Chiesa, la colpa è delle generazioni precedenti che non si sono preoccupate di salvaguardare il mondo nel quale viviamo. Questo è un tema di grande importanza per gli adulti.    


E  a proposito dei bambini iperinvestiti narcisisticamente dai genitori, sempre al centro dell’attenzione, sottolineo ancora che, nell’adolescenza c’è il rischio che questo ideale infantile crolli davanti alla realtà. Vengono a crearsi delle difficoltà in una società dove tutti hanno l’obbligo di essere belli, perfetti, ben vestiti. 
Ecco allora sopraggiungere il senso di fallimento, di inadeguatezza (e il rischio di suicidio per la paura di non reggere il futuro) .


Diamo percio' il giusto senso alle incertezze dei nostri ragazzi.                                     

 Soprattutto all’interno dei contesti familiari ed educativi, non lasciar spazio all’errore, non tollerare la frustrazione derivante da uno sbaglio e non permettere la ricerca del proprio modo personale di sperimentarsi, può alimentare vergogna, senso di colpa, senso di inadeguatezza, paura di sbagliare, paura del voto a scuola .

 Concedere la possibilità di un errore non significa eliminare regole e confini, che pure sono fondamentali per i ragazzi, ma significa concedere loro una possibilità per confrontarsi con se stessi e con gli altri in modo sereno e senza enfatizzare le paure che già fisiologicamente sperimentano.
E' un compito arduo,  lo so, ma è il percorso che dobbiamo fare con i nostri figli per aiutarli a diventare grandi 
  Donata Albiero 

lunedì 6 febbraio 2017

VENETI MINORANZA NAZIONALE

A SCUOLA PER IMPARARE IL DIALETTO VENETO?    

 Un veneto a colloquio di lavoro    https://youtu.be/q-bdlWnRJmI


"Molti studenti scrivono male in italiano, servono interventi urgenti". 

E’ il quadro desolante dello stato della nostra lingua nazionale tra i giovani dato da una lettera firmata già da oltre 600 docenti universitari che ora chiedono al governo e al Parlamento “interventi urgenti” per rimediare alle carenze in italiano dei loro studenti

Purtroppo "… non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti, oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né l'impegno degli insegnanti, né l'acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti".

Sono parole che sottoscrivo al 100% avendo vissuto il mondo della scuola come docente e dirigente scolastica in questi ultimi 40 anni e come madre di due figli.
Fermo restando che la responsabilità non è dei docenti ma  dei Governi italiani che hanno smantellato la scuola pubblica statale anno dopo anno negli ultimi due decenni contribuendo a “L’Italia dell’ignoranza” (Priulla 2011), mi compiaccio che all’improvviso la questione stia risaltando nei giornali e impazza in facebook.

Meglio tardi che mai, mi vien da dire.


Mi chiedo invece come mai poco rumore abbia destato nell’opinione pubblica    l’approvazione da parte del  Consiglio regionale del Veneto il 6 dicembre 2016  della  legge che definisce il popolo veneto una "minoranza nazionale"  e che, rifacendosi al modello sudtirolese, aprirebbe  la strada all'insegnamento del dialetto anche a scuola .
Il motto si potrebbe riassumere così: un territorio da difendere, una lingua da insegnare, il veneto.

L’’intenzione, penso, sia stata  quella di solleticare l’orgoglio dei veneti (io lo sono, sicuramente da molte generazioni, quindi ‘doc’), farli sentire diversi e superiori, inglobati e conquistati, pronti all’autoliberazione, che deve compiersi anzitutto nella sfera della lingua, scritta e parlata.
Il dialetto è il nostro dna, la nostra autenticità, la nostra grandezza. Che cose meravigliose possiamo esprimere in dialetto! In lingua italiana non potremo mai. Il dialetto è la nostra verità, la lingua nazionale è la nostra falsità.

Chiariamoci
I dialetti sono lingue vive e sono cresciute accanto all’italiano come variante di quel grande laboratorio linguistico che deriva dalle lingue di derivazione latina o latina celtica, espressione questi in primo luogo della cultura dei ceti popolari, come diceva Dario Fo, o Pasolini, una cultura sempre negata dalle classi dominanti.
Per mio padre e mia madre, ad esempio, il dialetto vicentino è stata la loro unica forma di comunicazione. 
Ciò detto, i dialetti non sono lingue che si apprendono a scuola ma oralmente nelle famiglie cui sono utilizzati, senza studiare né grammatica, né sintassi. Punto.

«Se ne parla da sempre, ma mi sembra una cosa senza senso, anche perché, banalmente, non c’è un dialetto veneto unico, non ha senso imporlo», sostiene  Massimo  Carlotto ,  scrittore padovano.
“…Ci si dimentica che   è sparito il mondo dialettale.  Altra campagna, altra Natura, altra famiglia, altra madre, altro Dio. Volete far tornare il dialetto? Bene, prima fate tornare quel mondo (Ferdinando Camon)”

Io non sono una linguista, ma conosco la scuola Veneta e i bambini, ragazzi che in questi ultimi  quarant’anni si sono succeduti.
Affermo che insegnare dialetto veneto a scuola sia un errore a tutti i livelli.
I dialetti sono le lingue di mondi chiusi, appunto idiomatici, codici del locale, di comunità di artigiani, di contadini o di realtà municipali. Che futuro possono avere nel mondo della globalizzazione? Perché i ragazzi dovrebbero far fatica a impararli, invece, ad esempio, di una lingua straniera?

Rincara la dose Franco Brevini, professore di Letteratura all’Università di Bergamo e studioso di tradizioni letterarie in dialetto “Si aggiunga che anche dal punto di vista di ciò per cui il dialetto è celebrato — una parlata identitaria, struggentemente evocativa, — l’insegnamento a scuola è una cattiva soluzione. Infatti i dialetti hanno quelle caratteristiche perché lingue materne, primarie, apprese nelle primissime fasi della vita. Se si imparano a scuola, per gli studenti non saranno diversi dalle altre lingue imparate, l’inglese o il latino».

Le problematiche poste dagli studenti veneti 
riguardano l'istruzione di tutti e per tutti,  il welfare, la politica per i giovani : diritto studio, mobilità studentesca, edilizia scolastica, borse di studio, alternanza scuola lavoro.   
 









Non coincidono certamente con le priorità della Regione: l'indipendenza e l'autonomia, il dialetto nella scuola.    
Espedienti di bassa politica, li chiamo io,  che minano le fondamenta della scuola pubblica che si vuole fondare sull’ignoranza. 
 In ogni caso il Governo ha impugnato la legge regionale considerandola incostituzionale ("Vi sono già gli strumenti per tutelare i dialetti veneti e la cultura Veneta"  e sarà l'Alta Corte  a pronunciarsi)  


Donata Albiero 

giovedì 12 gennaio 2017

APPRENDERE TRA SCUOLA E TERRITORIO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

PER UNA NUOVA RESPONSABILITA’ EDUCATIVA

Il cambiamento climatico spiegato ai bambini  https://youtu.be/Hkk9zKiR1_o
La crisi climatica ha messo in primo piano l’ineluttabilità dell’interdipendenza globale nel mondo contemporaneo: le scelte economiche ed energetiche di un paese, così come i problemi ambientali, sono interconnessi a quelli di altre parti del Pianeta.
 Dobbiamo partire da qui per capire di quali strumenti abbiano bisogno i ragazzi ma anche gli adulti per orientarsi nel mondo locale e globale, visto che hanno esperienze dirette del mondo intero perché lo conoscono di persona (viaggi, scambi …), perché il mondo sul web si è rimpicciolito, perché ce l’hanno sotto casa, visto l’aumento di popoli e culture diverse che abitano i nostri territori (Legambiente).
 La dimensione globale è presente ogni giorno nei nostri territori, come flusso continuo di informazioni, stili di vita omologati, come fenomeni che trovano in essi il luogo dove scoppiano le contraddizioni di alcuni processi planetari (la immigrazione e i cambiamenti climatici ad es) , che non conoscono confini geografici o amministrativi.
Saranno i poveri del mondo a pagare il prezzo più salato del cambiamento 
del clima (si stima 175 milioni di bambini a rischio nei prossimi 10 anni solo in Asia e in Africa) se non si interviene.
La sfida è enorme, richiede una risposta urgente da tutte le generazioni; i bambini, i ragazzi, i giovani che erediteranno la terra sono le ultime persone che dovrebbero essere escluse e vanno investite con la partecipazione.  

Purtroppo, in Italia nessun partito politico (se non alcune esigue minoranze) menziona il cambiamento climatico nei suoi programmi
Eppure, la questione preoccupa gli italiani.
Una indagine Gfk-Wwf, del marzo 2016 svela che oltre 85% pronto a nuovi stili di vita. Insieme ai dati già citati, l’indagine GfK ha poi rilevato che alla domanda su chi sia più impegnato attualmente contro il cambiamento climatico, non c’è da sorprendersi che la maggioranza (61%) risponda “le associazioni ambientaliste”. 
Al secondo posto, ma con poco più della metà dei consensi (36%) l’Unione Europea, mentre il Governo italiano e le grandi imprese sono considerati molto meno credibili (intorno al 15%), poco più delle imprese petrolifere multinazionali (13%).

Connesso al cambiamento climatico            è quanto succede nella gestione  spregiudicata della Terra e del territorio: lo sappiamo bene nell’Ovest vicentino. Abusivismi che provocano alluvioni, inquinamento dei suoli, emergenze rifiuti, malattie dovute alla dispersione di sostanze inquinanti, inefficienze nella gestione del territorio. Ma le leggi e gli obblighi amministrativi non sono veramente efficaci per affrontare i grandi temi ambientali. 
Costringere, sorvegliare, punire non basta per stimolare comportamenti virtuosi da parte degli italiani.                                        
Non c’è che una ricetta.
 Investiamo nella Scuola.  
A dire il vero, nel 2009 c’è stato un progetto coordinato tra Ministero dell’Ambiente e Ministero dell’Istruzione, con tanto di faldone di ‘linee guida’, per introdurre l’insegnamento nelle scuole. Da allora, contenuti di base come trattamento dei rifiuti ed energia sono entrati nei testi e nei programmi degli insegnamenti di Scienze e Geografia. Ma si tratta di ‘conoscenze’ tecniche, inserite all’interno di altre materie, informazioni quindi, non un percorso continuativo, né vera e propria ‘formazione ’ ad un corretto rapporto con l'Ambiente. 
   L’ho già denunciato in altri post e lo ribadisco qui, ora.                    



Non continuiamo solo con i progetti extrascolastici (li conosco bene), affidati alla iniziativa di docenti più o meno sensibili o e\o promossi dai vari dirigenti che ci credono.  
Nonostante gli annunci ministeriali, l’Educazione Ambientale nella Scuola italiana è ridotta, anche nella cosiddetta Buona (!?) Scuola, a flash (anche l’EXPO lo è stato), spot, il minimo sindacale di una doverosa informazione ambientale per i giovani.  
 Non sono incisivi per cambiare stili di vita. 
                 
C’è un rapporto tra la vita reale dei cittadini e le conseguenze del disastro ambientale locale e globale.
Localmente (Ovest del Vicentino) subiamo il peggioramento rapido della salute del cittadino provocato dall’agricoltura chimica (pesticidi, diserbanti), dal cibo spazzatura, dall’aumento costante dei rifiuti, dall’inquinamento dei corsi d’acqua (PFAS nel Veneto), dall’aria che respiriamo.  
Globalmente, l’uso della energia fossile è direttamente e\o indirettamente responsabile dei conflitti, sempre più numerosi, del terrorismo, del riscaldamento del globo e delle grandi migrazioni.
 Sono aspetti che ormai toccano la nostra vita quotidiana nei confronti dei quali non è più sufficiente la semplice conoscenza ma necessitano di un processo formativo permanente in cui la scuola deve essere chiamata in causa, per dare ai giovani capacità critica e possibilità di opporsi al degrado generale, di partecipare, in primo luogo con la modifica degli stili di vita, a una necessaria inversione di tendenza.   

 La  formazione scolastica sui temi dell'ambiente  deve diventare perciò una
prosecuzione ideale dell’educazione civica , contribuendo  a sviluppare nei giovani il senso di partecipazione alla comunità insediata sul territorio,  ponendosi  come possibile vettore di un'idea di cittadinanza positiva,  allargando  i propri orizzonti,  entrando in relazione con l'altro,  comprendendo  di appartenere ad un "mondo comune" .
   Oggi sappiamo che questo mondo non dispone di risorse infinite, e perciò il senso di appartenenza comune induce anche la consapevolezza del limite dello sviluppo, al concetto positivo della decrescita.

Ripeto, la nuova educazione civico-ambientale deve insegnare a prendersi cura del nostro territorio e del nostro mondo, per renderlo più accogliente e solidale, più "umano" per l'oggi e per il domani, più equo per le future generazioni
Adottiamo insieme la cultura del benessere investendo beni comuni, servizi, spazi sociali, scuole, lottando contro gli sprechi e gli abusi, monitorando con serietà il percorso e gli esiti, con il concorso e l’intervento attivo degli studenti e delle famiglie.  
                                  
  La speranza è che, insieme, cittadini associazioni, scuole, comuni (vedasi 
Il Patto dei Sindaci  http://www.ilcambiamento.it/articoli/il-patto-dei-sindaci-per-una-vera-rivoluzione-energetica-dal-basso  ) 
possiamo costruire il ponte fra il mondo che abbiamo e il mondo che auspichiamo, basato su un’economia della sobrietà e della valorizzazione dell’essenziale, delle relazioni e della cooperazione.   

Donata Albiero 

P.S. 

NON E' UNA BUONA SCUOLA SENZA L'EDUCAZIONE ALL'AMBIENTE 
http://donataalbiero.blogspot.it/2016/09/non-e-una-buona-scuola-senza.html

IMPATTO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO 
http://www.eea.europa.eu/publications/climate-change-impacts-and-vulnerability-2016