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domenica 5 aprile 2020

LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI NEI CONFLITTI SOCIO-AMBIENTALI. UNA TESI DI LAUREA PARLA DELLA SCUOLA



IL CASO DI CONTAMINAZIONE DA PFAS NEL VENETO 


In tempi di coronavirus, sicuramente, la tesi di Chiara Silva (Milano) che mi è stata da poco spedita, sui conflitti socio-ambientali in un determinato territorio e i diritti fondamentali negati ai cittadini, fa riflettere.
Fa da cassa d risonanza il caso specifico raccontato, che ha riguardato e riguarda tutt’ora il Veneto, l’inquinamento idrico causato dalle sostanze perfluoroalchiliche (i cosiddetti “PFAS”), che rischia ora di venire accantonato e minimizzato di fronte alla emergenza Covid-19  



Apprezzabile, tra i vari capitoli, quello riguardante la speranza nella scuola per attivare la cittadinanza attiva, trovando e innescando soluzioni efficaci alla delicata questione della contaminazione da PFAS.

“L’informazione e la partecipazione: il progetto di “Zero PFAS” nelle scuole

Ovviamente, prima di giungere ad una completa e diffusa partecipazione, è essenziale garantire innanzitutto l’informazione e la comunicazione (temi caratteristici del primo pilastro della Convenzione di Aarhus).
 Il problema di contaminazione da PFAS nel Veneto, si può affermare che una parte molto attiva della cittadinanza abbia cercato di raggiungere questi principi in diversi modi. Infatti i comitati e i movimenti anti-PFAS non si occupano solo di organizzare manifestazioni o cercare di raggiungere direttamente le autorità e le istituzioni, ma ritengono che sia fondamentale diffondere un’adeguata informazione; questo è il punto di partenza da cui si può poi ottenere una maggiore presa di coscienza da parte della popolazione e, di conseguenza, una cittadinanza più attiva. Un’azione molto importante sotto questo punto di vista consiste nell’accurato lavoro effettuato dal gruppo “Zero PFAS”, guidato dalla Dottoressa Donata Albiero e portato avanti da numerosi volontari, esperti, dottori, genitori che si sentono molto coinvolti in questo problema e che cercano di estenderne la conoscenza ad altre persone, in particolare ai giovani. 
Come afferma la Dottoressa Albiero -coordinatrice del gruppo educativo nonché promotrice e animatrice dell’iniziativa - l’idea di portare il progetto nelle scuole nasce dal desiderio e dalla profonda intenzione e volontà di rendere i ragazzi protagonisti attivi e visibili, una risorsa per la cittadinanza ed il territorio.


Il progetto (dal nome Salvaguardare la salute minacciata dalla contaminazione PFAS nelle falde e nelle acque superficiali del Sud Ovest Veneto”) è approdato nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado delle province maggiormente contaminate (Padova, Vicenza e Verona) a partire dall’anno scolastico 2018/2019. L’obiettivo generale consisteva nel cercare di coltivare il senso di responsabilità per rendere attivo il cittadino e nel creare la consapevolezza relativa alla difesa dell’ambiente, elemento fondamentale per poter proteggere anche la salute umana. Esso prevedeva innanzitutto delle lezioni in merito al problema di inquinamento da PFAS, per diffondere informazioni e conoscenze più approfondite. Dopodiché spettava ai ragazzi attivarsi in prima persona: venivano proposti lavori di gruppo, analisi di casi, problem solving, brainstorming, per cercare delle soluzioni utili ed efficaci alla questione PFAS. Il lavoro relativo a questo primo progetto (esso infatti è stato riproposto anche per l’anno scolastico successivo) prevedeva la somministrazione ai ragazzi di un questionario riguardante le conoscenze generali in materia di PFAS, di storia dell’inquinamento sul territorio veneto, della responsabilità di istituzioni ed abitanti e dell’importanza della cittadinanza attiva. Il questionario era da compilarsi prima di aver partecipato alle lezioni e ai corsi previsti dal programma. In questo modo gli educatori prendevano visione del livello di conoscenza degli studenti e capivano come il lavoro avrebbe dovuto essere impostato. I risultati emersi furono preoccupanti: solo il 20% risultò veramente interessato al problema e abbastanza informato in merito ad esso (gli alunni maggiormente a conoscenza della situazione risultarono quelli dell’istituto tecnico agrario Trentin di Lonigo, in quanto molti di essi risiedono nella “Zona Rossa”); la restante parte mostrava un alto tasso di disinformazione, legato ad un altrettanto elevato livello di disinteresse; il problema sembrava non riguardare loro o comunque ai loro occhi non pareva così grave (questa era un’ulteriore conferma di quella che Sandini aveva definito “una cittadinanza perlopiù indifferente”). Il tutto era aggravato dal fatto che le conoscenze che gli studenti riportavano nelle domande del questionario derivavano specialmente dai mass media, strumenti di comunicazione e di informazione utili alla conoscenza del problema, ma che spesso non presentano in maniera adeguata gli effetti e la gravità dello stesso: essi talvolta cercano di arginare le preoccupazioni dei cittadini, descrivendo il caso in questione come un problema per cui non c’è bisogno di allarmarsi e di preoccuparsi, in quanto sotto controllo. 

Anche l’informazione data dai genitori ai figli era molto limitata. Durante gli interventi nelle scuole, di un’importanza fondamentale è stato il metodo proposto dai numerosi volontari che si sono occupati di parlare ai ragazzi. Il Dottor Giovanni Fazio - medico di ISDE e cittadino molto attivo, nonché uno dei volontari del progetto - ha trovato opportuno rivolgersi agli studenti parlando direttamente non solo a loro, ma anche di loro. Ha spiegato in maniera diretta e dettagliata i problemi di salute derivanti dall’azione dei PFAS, ponendo l’accento sul fatto che essi possono generare malattie e patologie che non sono ipotetiche o lontane nel tempo, ma che sono attuali e riguardano loro, la generazione di oggi. Secondo il Dottor Fazio infatti è molto importante puntare alle emozioni delle persone per giungere ad una maggiore sensibilizzazione. Il progetto prevedeva inoltre delle assemblee organizzate con i genitori dei ragazzi, dove si cercava di estendere anche a loro la consapevolezza del grande rischio portato dai PFAS, pericolo che sembrava inizialmente sottovalutato dalla grande massa di cittadini, convinta che tali sostanze non fossero una minaccia, o meglio, che fosse una questione che non li riguardava direttamente. Come testimoniano i coniugi Albiero e Fazio però, la partecipazione dei genitori a questi incontri è stata scarsa. Fortunatamente coloro che sono sempre stati presenti mostravano un elevato interesse per la vicenda e hanno preso parte attivamente, esponendo la loro irritazione nei confronti delle istituzioni, considerate colpevoli di non aver mai messo in pratica il principio di precauzione e di non aver mai promosso una campagna informativa adeguata e soprattutto veritiera.

I promotori di questo progetto hanno avuto un riscontro molto positivo: sono riusciti a raggiungere più di millecinquecento giovani, hanno visto gli studenti impegnarsi molto ed esprimere in modo creativo idee innovative di soluzioni al problema di contaminazione. Sono stati proposti vari metodi di diffusione di conoscenza ed informazione: cartelloni pubblicitari, volantini informativi, giornaletti scolastici, addirittura la proposta di una redazione locale chiamata “TG PFAS” con i compiti di attirare l’attenzione e mettere in allerta i compagni. Persino gli insegnanti delle varie scuole in cui è approdato il progetto si dicono complessivamente molto soddisfatti dell’iniziativa: si è trattato di un’occasione molto importante perché ha rappresentato un motivo di crescita personale ed un elemento di miglioramento anche del percorso di studio. Molto soddisfatta e sorpresa si dice anche la Professoressa Albiero che è sempre stata presente ad ogni incontro con i ragazzi e non ha nascosto la sua contentezza nel vederli così partecipi, attivi e vogliosi di trovare soluzioni efficaci ad una questione così delicata.


Il progetto ha avuto un feedback talmente positivo che si è deciso di riproporlo anche per l’anno scolastico 2019/2020. Sono state contattate numerose scuole sempre delle tre province maggiormente interessate al problema (anche se in questo caso le scuole della provincia di Verona non hanno più aderito al progetto). Nonostante ciò la Dottoressa Albiero ha ricevuto richieste ed è stata più volte contattata da diversi istituti della provincia di Venezia, toccata anch’essa dal problema, dato che quantità rilevanti di PFAS sono emerse recentemente anche nella laguna. Ancora una volta il progetto (intitolato “PFAS in Veneto. I rischi per la salute sono reali: conoscere per capire e agire”) si pone come obiettivo principale la sensibilizzazione dei cittadini di fronte al tema dell’inquinamento da PFAS e la creazione di un sentimento di responsabilità delle singole persone che possono partecipare in modo più attivo alle decisioni che riguardano loro stesse. Agisce attraverso corsi nelle classi, assemblee di istituto con alunni e docenti, incontri con i genitori dei ragazzi per renderli maggiormente consapevoli sulle attuali criticità ambientali. Dietro a questa nuova iniziativa c’è ancora una volta un grande lavoro di preparazione da parte dei volontari, che operano per cercare i metodi e gli strumenti adeguati ad affrontare un problema di questo calibro e ad analizzare la realtà.



La novità dell’anno scolastico 2019/2020 consiste nel mostrare agli studenti il documentario “The Devil We Know”, nato inizialmente come progetto linguistico di traduzione (promosso e coordinato dalla professoressa di inglese Stefania Romio, insegnante nell’Istituto Boscardin di Vicenza che ha riguardato alcune classi terze) e divenuto poi strumento fondamentale di informazione per la vicenda. Il documentario infatti tratta della contaminazione da PFAS avvenuta in West Virginia, USA, di cui il principale responsabile è il colosso DuPont (che dovrà pagare un risarcimento di oltre seicentosettanta milioni di dollari per i danni causati alla salute delle persone e all’ambiente).



Un altro argomento molto importante su cui il nuovo progetto si vuole concentrare consiste nel diritto spesso negato alla sicurezza alimentare: l’Istituto Superiore di Sanità ha effettuato dei controlli in molte aziende alimentari della Zona Rossa ed è risultata la presenza di elevatissime quantità di PFAS nella carne bovina e suina, nel latte e nelle uova (questo deriva dal fatto che gli animali si abbeverano dalle acque provenienti dalla falda che sono contaminate e di conseguenza le sostanze chimiche entrano e permangono nel loro organismo). I prodotti provenienti da tutte queste aziende (ad eccezione dei pesci dei fiumi e delle rogge che sono risultati immangiabili per gli altissimi livelli di PFAS nel loro organismo e per i quali è stato decretato anche un divieto di pesca) non sono mai stati ritirati dalla Regione, ma hanno continuato (e continuano tutt’ora) ad essere venduti sul mercato, nonostante l’accertata presenza di sostanze inquinanti al loro interno. Inoltre non è mai stata effettuata nessuna mappatura dei terreni e tanto meno dei prodotti agricoli e di allevamento; nella maggior parte dei casi i cittadini non sono a conoscenza della presenza di PFAS negli alimenti in quanto non viene riportata sui prodotti nessuna informazione in merito ad essi. Uno degli obiettivi consiste proprio nella diffusione di tutte queste informazioni, nel tentativo di sensibilizzare non solo i ragazzi, ma anche le famiglie nelle scelte alimentari che li riguardano.

Il progetto si basa su una grande convinzione: questo mondo appartiene ai giovani e sono proprio loro che con le loro scelte contribuiscono a modificare il presente e hanno strumenti per poter migliorare il futuro. Grazie a questo intenso lavoro che è stato e viene tutt’ora effettuato ogni giorno da volontari, insegnanti, medici, geologi e da comuni cittadini fortemente interessati alla questione, i ragazzi hanno capito che cosa significa conoscere il territorio e i problemi che si manifestano su di esso, battersi per i loro diritti, difendere la propria salute e non fermarsi mai di fronte alle ingiustizie. Questo non toglie il fatto che anche i cittadini che hanno a cuore la tutela e la salvaguardia dell’ambiente e sono preoccupati per la propria salute e quella dei propri figli, possano con le loro azioni apportare contributi essenziali”.
  
Personalmente ringrazio Chiara per il lavoro svolto.
Qualche inesattezza di date riportate (il gruppo mamme ha iniziato la propria attività nel 2017) o l’assegnazione sbagliata del titolo accademico a un relatore, il privilegiare determinate voci del territorio con cui si sono realizzate le varie interviste alle altre ‘grandi’, importanti voci di attivisti non incontrate e che stanno facendo la storia del movimento No PFAS, non scalfiscono l’importanza del racconto …”ad imperitura” memoria.  

La tesi


Donata Albiero                                 29 maggio 2020 

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