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venerdì 17 aprile 2020

TEMPO DI CORONAVIRUS ASCOLTA MADRE TERRA



MAI PIU’ COME PRIMA 



Ascolta madre terra con il cuore      https://youtu.be/SHkAYoye8D4

In giorni in cui la natura sta svelando il suo lato più truce e le pagine dei giornali si dedicano a questo dramma del virus che sta coinvolgendo il mondo intero, rischia di passare inosservata l‘Earth Day, il 22 aprile 2020, la giornata della terra, alla sua cinquantesima edizione, evento in cui proprio la natura dovrebbe essere al centro dei nostri primi pensieri.



Eppure, la pandemia ci ha fatto scoprire la fragilità non della Terra ma di noi esseri umani. Ora tutti dovrebbero sapere che la nostra vita dipende da equilibri naturali delicatissimi.

"L’epidemia provocata dal nuovo virus SARS-CoV-2, con il suo tragico carico di morti e miseria, serva da insegnamento.
La Terra è un macrorganismo vivente in cui tutto si tiene: biologia, ecologia, economia, istituzioni sociali, giuridiche e politiche. La salute di ciascun individuo è interconnessa e dipendente dal buon funzionamento dei cicli vitali del pianeta.
Il susseguirsi di malattie nuove e terribili sempre più frequenti e virulente (Ebola, HIV, influenza suina e aviaria, afta, febbre gialla, dengue, solo per citare le più note) sono la conseguenza della alterazione dei delicati equilibri naturali esistenti tra le differenti specie viventi e i loro relativi habitat.
L’abbattimento e gli incendi delle foreste tropicali, il consumo di suolo vergine, lo sfruttamento minerario, la caccia e il consumo di fauna selvatica, la concentrazione di allevamenti animali, l’agricoltura super intensiva, il sovraffollamento urbano e lo spostamento continuo di merci e persone sono le cause primarie dello scatenamento delle pandemie.   


 Come aveva scritto inascoltato un attento osservatore dei microrganismi patogeni:

“Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”
(David Quammen, Spillover, 2012)"


Questo è l'inizio dell'importante appello firmato da rappresentanti della società civile in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA, 22 APRILE  2020.
Non possiamo più fingere di non vedere. La normalità del mondo dopo-coronavirus non può essere quella di prima. Tutto e subito deve cambiare direzione, parametri di misura, valori di riferimento.
Ognuno di noi può’ dare il suo contributo di cittadino attivo firmandolo, inviando un messaggio alla mail: adesioni.appello2020@gmail.com


LINK DEL TESTO INTEGRALE


Donata Albiero 





domenica 5 aprile 2020

LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI NEI CONFLITTI SOCIO-AMBIENTALI. UNA TESI DI LAUREA PARLA DELLA SCUOLA



IL CASO DI CONTAMINAZIONE DA PFAS NEL VENETO 


In tempi di coronavirus, sicuramente, la tesi di Chiara Silva (Milano) che mi è stata da poco spedita, sui conflitti socio-ambientali in un determinato territorio e i diritti fondamentali negati ai cittadini, fa riflettere.
Fa da cassa d risonanza il caso specifico raccontato, che ha riguardato e riguarda tutt’ora il Veneto, l’inquinamento idrico causato dalle sostanze perfluoroalchiliche (i cosiddetti “PFAS”), che rischia ora di venire accantonato e minimizzato di fronte alla emergenza Covid-19  



Apprezzabile, tra i vari capitoli, quello riguardante la speranza nella scuola per attivare la cittadinanza attiva, trovando e innescando soluzioni efficaci alla delicata questione della contaminazione da PFAS.

“L’informazione e la partecipazione: il progetto di “Zero PFAS” nelle scuole

Ovviamente, prima di giungere ad una completa e diffusa partecipazione, è essenziale garantire innanzitutto l’informazione e la comunicazione (temi caratteristici del primo pilastro della Convenzione di Aarhus).
 Il problema di contaminazione da PFAS nel Veneto, si può affermare che una parte molto attiva della cittadinanza abbia cercato di raggiungere questi principi in diversi modi. Infatti i comitati e i movimenti anti-PFAS non si occupano solo di organizzare manifestazioni o cercare di raggiungere direttamente le autorità e le istituzioni, ma ritengono che sia fondamentale diffondere un’adeguata informazione; questo è il punto di partenza da cui si può poi ottenere una maggiore presa di coscienza da parte della popolazione e, di conseguenza, una cittadinanza più attiva. Un’azione molto importante sotto questo punto di vista consiste nell’accurato lavoro effettuato dal gruppo “Zero PFAS”, guidato dalla Dottoressa Donata Albiero e portato avanti da numerosi volontari, esperti, dottori, genitori che si sentono molto coinvolti in questo problema e che cercano di estenderne la conoscenza ad altre persone, in particolare ai giovani. 
Come afferma la Dottoressa Albiero -coordinatrice del gruppo educativo nonché promotrice e animatrice dell’iniziativa - l’idea di portare il progetto nelle scuole nasce dal desiderio e dalla profonda intenzione e volontà di rendere i ragazzi protagonisti attivi e visibili, una risorsa per la cittadinanza ed il territorio.


Il progetto (dal nome Salvaguardare la salute minacciata dalla contaminazione PFAS nelle falde e nelle acque superficiali del Sud Ovest Veneto”) è approdato nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado delle province maggiormente contaminate (Padova, Vicenza e Verona) a partire dall’anno scolastico 2018/2019. L’obiettivo generale consisteva nel cercare di coltivare il senso di responsabilità per rendere attivo il cittadino e nel creare la consapevolezza relativa alla difesa dell’ambiente, elemento fondamentale per poter proteggere anche la salute umana. Esso prevedeva innanzitutto delle lezioni in merito al problema di inquinamento da PFAS, per diffondere informazioni e conoscenze più approfondite. Dopodiché spettava ai ragazzi attivarsi in prima persona: venivano proposti lavori di gruppo, analisi di casi, problem solving, brainstorming, per cercare delle soluzioni utili ed efficaci alla questione PFAS. Il lavoro relativo a questo primo progetto (esso infatti è stato riproposto anche per l’anno scolastico successivo) prevedeva la somministrazione ai ragazzi di un questionario riguardante le conoscenze generali in materia di PFAS, di storia dell’inquinamento sul territorio veneto, della responsabilità di istituzioni ed abitanti e dell’importanza della cittadinanza attiva. Il questionario era da compilarsi prima di aver partecipato alle lezioni e ai corsi previsti dal programma. In questo modo gli educatori prendevano visione del livello di conoscenza degli studenti e capivano come il lavoro avrebbe dovuto essere impostato. I risultati emersi furono preoccupanti: solo il 20% risultò veramente interessato al problema e abbastanza informato in merito ad esso (gli alunni maggiormente a conoscenza della situazione risultarono quelli dell’istituto tecnico agrario Trentin di Lonigo, in quanto molti di essi risiedono nella “Zona Rossa”); la restante parte mostrava un alto tasso di disinformazione, legato ad un altrettanto elevato livello di disinteresse; il problema sembrava non riguardare loro o comunque ai loro occhi non pareva così grave (questa era un’ulteriore conferma di quella che Sandini aveva definito “una cittadinanza perlopiù indifferente”). Il tutto era aggravato dal fatto che le conoscenze che gli studenti riportavano nelle domande del questionario derivavano specialmente dai mass media, strumenti di comunicazione e di informazione utili alla conoscenza del problema, ma che spesso non presentano in maniera adeguata gli effetti e la gravità dello stesso: essi talvolta cercano di arginare le preoccupazioni dei cittadini, descrivendo il caso in questione come un problema per cui non c’è bisogno di allarmarsi e di preoccuparsi, in quanto sotto controllo. 

Anche l’informazione data dai genitori ai figli era molto limitata. Durante gli interventi nelle scuole, di un’importanza fondamentale è stato il metodo proposto dai numerosi volontari che si sono occupati di parlare ai ragazzi. Il Dottor Giovanni Fazio - medico di ISDE e cittadino molto attivo, nonché uno dei volontari del progetto - ha trovato opportuno rivolgersi agli studenti parlando direttamente non solo a loro, ma anche di loro. Ha spiegato in maniera diretta e dettagliata i problemi di salute derivanti dall’azione dei PFAS, ponendo l’accento sul fatto che essi possono generare malattie e patologie che non sono ipotetiche o lontane nel tempo, ma che sono attuali e riguardano loro, la generazione di oggi. Secondo il Dottor Fazio infatti è molto importante puntare alle emozioni delle persone per giungere ad una maggiore sensibilizzazione. Il progetto prevedeva inoltre delle assemblee organizzate con i genitori dei ragazzi, dove si cercava di estendere anche a loro la consapevolezza del grande rischio portato dai PFAS, pericolo che sembrava inizialmente sottovalutato dalla grande massa di cittadini, convinta che tali sostanze non fossero una minaccia, o meglio, che fosse una questione che non li riguardava direttamente. Come testimoniano i coniugi Albiero e Fazio però, la partecipazione dei genitori a questi incontri è stata scarsa. Fortunatamente coloro che sono sempre stati presenti mostravano un elevato interesse per la vicenda e hanno preso parte attivamente, esponendo la loro irritazione nei confronti delle istituzioni, considerate colpevoli di non aver mai messo in pratica il principio di precauzione e di non aver mai promosso una campagna informativa adeguata e soprattutto veritiera.

I promotori di questo progetto hanno avuto un riscontro molto positivo: sono riusciti a raggiungere più di millecinquecento giovani, hanno visto gli studenti impegnarsi molto ed esprimere in modo creativo idee innovative di soluzioni al problema di contaminazione. Sono stati proposti vari metodi di diffusione di conoscenza ed informazione: cartelloni pubblicitari, volantini informativi, giornaletti scolastici, addirittura la proposta di una redazione locale chiamata “TG PFAS” con i compiti di attirare l’attenzione e mettere in allerta i compagni. Persino gli insegnanti delle varie scuole in cui è approdato il progetto si dicono complessivamente molto soddisfatti dell’iniziativa: si è trattato di un’occasione molto importante perché ha rappresentato un motivo di crescita personale ed un elemento di miglioramento anche del percorso di studio. Molto soddisfatta e sorpresa si dice anche la Professoressa Albiero che è sempre stata presente ad ogni incontro con i ragazzi e non ha nascosto la sua contentezza nel vederli così partecipi, attivi e vogliosi di trovare soluzioni efficaci ad una questione così delicata.


Il progetto ha avuto un feedback talmente positivo che si è deciso di riproporlo anche per l’anno scolastico 2019/2020. Sono state contattate numerose scuole sempre delle tre province maggiormente interessate al problema (anche se in questo caso le scuole della provincia di Verona non hanno più aderito al progetto). Nonostante ciò la Dottoressa Albiero ha ricevuto richieste ed è stata più volte contattata da diversi istituti della provincia di Venezia, toccata anch’essa dal problema, dato che quantità rilevanti di PFAS sono emerse recentemente anche nella laguna. Ancora una volta il progetto (intitolato “PFAS in Veneto. I rischi per la salute sono reali: conoscere per capire e agire”) si pone come obiettivo principale la sensibilizzazione dei cittadini di fronte al tema dell’inquinamento da PFAS e la creazione di un sentimento di responsabilità delle singole persone che possono partecipare in modo più attivo alle decisioni che riguardano loro stesse. Agisce attraverso corsi nelle classi, assemblee di istituto con alunni e docenti, incontri con i genitori dei ragazzi per renderli maggiormente consapevoli sulle attuali criticità ambientali. Dietro a questa nuova iniziativa c’è ancora una volta un grande lavoro di preparazione da parte dei volontari, che operano per cercare i metodi e gli strumenti adeguati ad affrontare un problema di questo calibro e ad analizzare la realtà.



La novità dell’anno scolastico 2019/2020 consiste nel mostrare agli studenti il documentario “The Devil We Know”, nato inizialmente come progetto linguistico di traduzione (promosso e coordinato dalla professoressa di inglese Stefania Romio, insegnante nell’Istituto Boscardin di Vicenza che ha riguardato alcune classi terze) e divenuto poi strumento fondamentale di informazione per la vicenda. Il documentario infatti tratta della contaminazione da PFAS avvenuta in West Virginia, USA, di cui il principale responsabile è il colosso DuPont (che dovrà pagare un risarcimento di oltre seicentosettanta milioni di dollari per i danni causati alla salute delle persone e all’ambiente).



Un altro argomento molto importante su cui il nuovo progetto si vuole concentrare consiste nel diritto spesso negato alla sicurezza alimentare: l’Istituto Superiore di Sanità ha effettuato dei controlli in molte aziende alimentari della Zona Rossa ed è risultata la presenza di elevatissime quantità di PFAS nella carne bovina e suina, nel latte e nelle uova (questo deriva dal fatto che gli animali si abbeverano dalle acque provenienti dalla falda che sono contaminate e di conseguenza le sostanze chimiche entrano e permangono nel loro organismo). I prodotti provenienti da tutte queste aziende (ad eccezione dei pesci dei fiumi e delle rogge che sono risultati immangiabili per gli altissimi livelli di PFAS nel loro organismo e per i quali è stato decretato anche un divieto di pesca) non sono mai stati ritirati dalla Regione, ma hanno continuato (e continuano tutt’ora) ad essere venduti sul mercato, nonostante l’accertata presenza di sostanze inquinanti al loro interno. Inoltre non è mai stata effettuata nessuna mappatura dei terreni e tanto meno dei prodotti agricoli e di allevamento; nella maggior parte dei casi i cittadini non sono a conoscenza della presenza di PFAS negli alimenti in quanto non viene riportata sui prodotti nessuna informazione in merito ad essi. Uno degli obiettivi consiste proprio nella diffusione di tutte queste informazioni, nel tentativo di sensibilizzare non solo i ragazzi, ma anche le famiglie nelle scelte alimentari che li riguardano.

Il progetto si basa su una grande convinzione: questo mondo appartiene ai giovani e sono proprio loro che con le loro scelte contribuiscono a modificare il presente e hanno strumenti per poter migliorare il futuro. Grazie a questo intenso lavoro che è stato e viene tutt’ora effettuato ogni giorno da volontari, insegnanti, medici, geologi e da comuni cittadini fortemente interessati alla questione, i ragazzi hanno capito che cosa significa conoscere il territorio e i problemi che si manifestano su di esso, battersi per i loro diritti, difendere la propria salute e non fermarsi mai di fronte alle ingiustizie. Questo non toglie il fatto che anche i cittadini che hanno a cuore la tutela e la salvaguardia dell’ambiente e sono preoccupati per la propria salute e quella dei propri figli, possano con le loro azioni apportare contributi essenziali”.
  
Personalmente ringrazio Chiara per il lavoro svolto.
Qualche inesattezza di date riportate (il gruppo mamme ha iniziato la propria attività nel 2017) o l’assegnazione sbagliata del titolo accademico a un relatore, il privilegiare determinate voci del territorio con cui si sono realizzate le varie interviste alle altre ‘grandi’, importanti voci di attivisti non incontrate e che stanno facendo la storia del movimento No PFAS, non scalfiscono l’importanza del racconto …”ad imperitura” memoria.  

La tesi


Donata Albiero                                 29 maggio 2020 

lunedì 30 marzo 2020

SCUOLA E DIDATTICA A DISTANZA IMPOSTA DAL CORONAVIRUS



Un buon insegnante colpisce per l’eternità; non può mai dire dove la sua influenza si ferma (Henry Brooks Adams)

      (foto ansa) 

Ho aspettato a lungo prima di esprimere le mie considerazioni sull’ insegnamento a distanza per le Scuole, resa in pratica obbligatoria dal Ministero, nel momento eccezionale in cui esse sono state chiuse per il ‘coronavirus’. Non sono una sprovveduta e parlo conoscendo la situazione oggettiva in cui versano le scuole d’Italia

Non volevo prendere posizione in un momento così critico, oserei dire impensabile, ma tant’è. L’isolamento e l’immobilismo a casa, lontana da quattro nipotini costretti anch’essi ai ‘confini domiciliari’ senza gli amichetti della scuola infanzia, o primaria o asilo nido, senza nemmeno la compagnia dei nonni anche se ben compensati dalla presenza delle rispettive mamme, a casa senza stipendio perché lavoratrici autonome, può essere l’occasione di riflessioni serie, anche se espresse in qualità di semplice cittadina.     

Il diffondersi del contagio del virus Covid-19 ha toccato tutti gli aspetti della nostra esistenza per le drastiche misure adottate, compresa la scuola, con l'interruzione delle normali attività didattiche e l’invito, poi obbligo, a sostituire le lezioni tradizionali con forme di apprendimento a distanza.
Il mondo della scuola (non tutto) che fino a questo momento aveva concentrato la propria attenzione su strumenti tecnologici da utilizzare in classe come Lim e Tablet ( lo so bene avendo dotato la mia ex scuola del Nord, ricca ed efficiente, di Lim per ogni classe oltre che di laboratori informatici  per ogni plesso e di registri elettronici (parlo già di nove anni fa) si rende conto che quegli strumenti, se davvero li ha, possono essere insufficienti, che il personale , in gran parte, non è preparato  all’uso  delle nuove tecnologie per la didattica e della didattica a distanza.
In un momento di emergenza mondiale quale quello che stiamo vivendo, di bambini e ragazzi privati della routine scolastica, dei loro compagni, chiusi in casa, non c’è spazio a critiche sul fare o non didattica a distanza, ben consapevoli delle difficoltà che ciascuno si trova ad affrontare.     
E' una fase troppo delicata.  
La scuola è “presidio dello Stato” e deve continuare, in qualche modo, la sua funzione.  
Con responsabilità e realismo dobbiamo coniugare le necessità con le possibilità, per fare in modo che da questa situazione di crisi la Scuola italiana non ne esca peggio di come vi è entrata, né che la Scuola abdichi , sic et simpliciter, al suo ruolo.   



Ci sono dei passaggi interessanti nella lettera (esageratamente retorica in certe affermazioni, catalogando i docenti “eroi anonimi”) della ministra Azzolina rivolta al personale scolastico quando scrive:                                                                                     "La didattica a distanza sta diventando una risorsa (così come lo è sempre stata nella scuola in ospedale) che sopperisce all’impossibilità di fare lezione in presenza, e sta permettendo a docenti, ragazzi e famiglie di riscoprire una vicinanza, una collaborazione ed un’alleanza che sono ancora più preziose di fronte al senso di incertezza che comprensibilmente tutti sentiamo".
Come non essere d’accordo?

Attenzione però: la didattica a distanza può essere non democratica, non raggiungere tutti. Il divario digitale tra scuole, tra singoli alunni può, di fatto, significare divario sociale e a scuola, oggi, ce n'è purtroppo già troppo (scuola aziendalista, scuola degli sponsor privati, scuola delle competenze)                                                                          

Ogni insegnante deve, perciò, lavorare, con ogni mezzo a disposizione, perché tutti, dai più piccini ai più grandi, non perdano il contatto con la scuola dalla quale, come diceva don Milani "attendono di essere fatti uguali".          

 Ecco, io non vorrei che in questa emergenza, in questi mesi, si creassero scuole di sere A e scuole di serie B; scuole preparate e super organizzate , in cui gli studenti sono quasi tutti pronti e autonomi per recepire il nuovo tipo di istruzione e scuole che per mezzi e platea , rischiano seriamente di compromettere il percorso scolastico di molti studenti.                                        

Ritorno a un punto della lettera del Ministro che approvo. 

 “In questi momenti difficili ciò che guida la nostra azione è il buon senso: i docenti conoscono le loro classi, sanno anche come stimolare e valutare ogni singolo alunno, conoscono il vissuto dei loro allievi, il percorso che hanno fatto …Questo è il momento di ricorrere alle nostre migliori risorse, perché l’eccezionalità della situazione lo richiede"

 Tutti insieme, come comunità educante, oltre umane divisioni e personalismi.
 “Insieme alle Istituzioni, a tutto il personale sanitario, alla Protezione civile, alle forze dell’ordine, in questo momento anche la scuola è baluardo della democrazia, custode dei diritti ed esempio per i cittadini.
 Ecco perché la scuola non si è fermata e non si fermerà”.


E allora che fare?
Certo, all’inizio del ‘coronavirus’ e del cambiamento delle nostre routine quotidiane, ci si è sentiti spiazzati. Certo sicuramente ci sono delle criticità, sicuramente manca la modalità che dia sicurezza nell’operare. Ci si destreggia con la rete internet che funziona a singhiozzo, ma la didattica a distanza è un mezzo in un momento così difficile e pieno di paure, per sostenere i ragazzi e non farli sentire soli, per proseguire il percorso, per stare insieme.

 Raffaele Iosa, ispettore che ho conosciuto e stimato quando ero dirigente scolastica, nella sua lucidità pedagogica trasforma la didattica a distanza in "didattica della vicinanza". 

 E spiega, appunto“…l'uso di computer, piattaforme, cellulari ecc. è funzionale alla condizione di emergenza che obbliga gli insegnanti pur di avere ancora una relazione educativa a fare i conti con queste diavolerie in cui spesso sono capaci di più i loro alunni. Non servivano circolari ministeriali né i brontolamenti sindacali per promuovere questa didattica in emergenza (…)
E stato…un atto civico e al di fuori di tutte le leggi del mostro-scuola che ha mosso gli insegnanti ad agire e ad inventarsi di tutto. Cose buone o meno buone, ma un atto inatteso…Faremo i conti dopo, finita l'emergenza su luci e ombre di questa esperienza. Ma certo l'ignoto virus ha messo alla prova migliaia di insegnanti che hanno preso contatto col virtuale facendo e non ascoltando (...). Tutto il resto è secondario e banale

Proprio così.     

Quando tutto finirà, saremo ancora in piedi e la scuola sarà più forte. perché la scuola c'è, ci deve essere, sempre.   


Donata Albiero






giovedì 27 febbraio 2020

PFAS SPEZZATA LA CATENA DELL' OMERTA' ISTITUZIONALE NELLE SCUOLE

BILANCIO DI META’ ANNO SCOLASTICO DEL PROGETTO EDUCATIVO  




CORONAVIRUS: misure drastiche, psicosi collettiva, isolamento, quarantena, a seguito di un migliaio di persone contagiate in Italia e alcune decine di  morti tra persone anziane (29 le vittime, 1049 i positivi secondo l'ultimo bollettino ufficiale della Protezione civile- la Repubblica )Certo, non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non so come si svilupperà la situazione e  non sono una esperta, mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni (Oms: il livello di minaccia mondiale del virus ora è molto alto). Quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile lo si vede ovunque; niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire.
PFAS: 350.000 persone contaminate in Veneto, una emergenza sanitaria denunciata dall’ISDE da anni, di proporzioni immani in codesta Regione; studi scientifici indipendenti che sottolineano i rischi enormi per la salute, soprattutto per le nuove generazioni  da valutarsi tra decenni. Misure precauzionali quasi inesistenti: sicurezza alimentare non adottata, bonifica sito contaminato non attuata, popolazione non allertata. Il principio di precauzione totalmente ignorato. 

                dal libro "NON TORNERANNO I PRATI" di Alberto Peruffo 


‘CATTIVE ACQUE’:  film dal 20 febbraio 2020  nelle sale italiane, ispirato a fatti  realmente accaduti in America in una località del West Virginia contaminata dai Pfas scaricati per anni  da un'azienda chimica americana, la DuPont.
Sala semivuota ad Arzignano, il mio comune, che in quanto a Pfas ne ha da vendere, nel rubinetto, nella produzione industriale, nel sangue dei cittadini; non colpisce la storia raccontata, evidentemente.
Avrei immaginato la fila per vederlo e rimango sconvolta per quello che considero il risultato di una campagna di mitigazione del problema fino ad arrivare al quasi negazionismo delle cause e degli effetti.

Ha senso quello che sto facendo con altri migliaia di attivisti?  
Chi siamo, cosa facciamo, perché continuiamo a entrare nelle scuole? Che bilancio a metà anno scolastico?


Siamo il Movimento No Pfas un insieme di gruppi, comitati, associazioni, cittadini, ricco, al suo interno, di specificità e procedure diverse, competenze multiple, integrate fra loro nella lotta comune contro l’inquinamento da Pfas e i suoi effetti. 

“Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi vinci.”                            Sono le parole di Mahatma Gandhi, le orme del nostro cammino di cittadini attivi del movimento No Pfas Veneto in questi anni, la nostra speranza per quello che deve ancora accadere, vincere la battaglia civile, sociale e giudiziaria contro gli inquinatori della nostra acqua e chi li ha protetti sotto il manto istituzionale.
Sono le parole che ci sorreggono nel nostro bisogno di restituire la politica ai cittadini, battendoci in difesa del diritto alla salute che ci viene negato.
Passo dopo passo, giorno dopo giorno, ci stiamo impegnando conquistando nuovi spazi, consapevoli che si tratta di una tragedia collettiva e collettivamente ne dobbiamo uscire. Insieme. 

Abbiamo combattuto e combattiamo contro un nemico subdolo perché invisibile, nascostoci per anni e anni.

All’inizio nessuno ci considerava.
Abbiamo percorso un sentiero impervio superando irrisioni, ostacoli, difficoltà, diffidenze, diffide, minacce pur di arrivare alla nostra meta: rompere gli schemi dell’immobilismo, del silenzio assordante, della rassicurazione dei Partiti, delle Istituzioni, degli Enti preposti a salvaguardare la nostra salute.


Stiamo battendo tutte le strade possibili per informare la cittadinanza sui danni che causano tali sostanze chimiche perfluoroalchiliche, interferenti endocrini, sostanze POP (persistenti) e soggette al bioaccumulo, per le cui caratteristiche i più esposti risultano essere i giovani.
Non accettiamo le assicurazioni, le minimizzazioni delle Autorità competenti
 Siamo contaminati, centinaia di migliaia di persone.

Informare. Ecco allora una pista nuova per noi: la scuola.                                              Un PERCORSO  educativo specifico per i ragazzi, i giovani.


I ragazzi entrano in contatto con le grandi questioni del tempo, prendendo lo spunto dalla tematica affrontata relativa ai Pfas. Questioni che è responsabilità di tutti affrontare perché “condividiamo tutti lo stesso pianeta e non abbiamo qualche altro posto dove andare, quindi i nostri destini sono molto più interconnessi di quanto saremmo disposti ad ammettere” (Zygmunt Bauman, Homo consumens, p. 14).

Lo ricordavo a novembre 2019 in un incontro tenuto con i ragazzi del Fridays For Future di Padova; lo ribadivo una decina di giorni fa alla assemblea pubblica organizzata dai FFF di Vicenza per costruire insieme un percorso verso la Marcia per il clima da tenersi a Venezia in aprile. Lo ripeterò a un giovane gruppo scout, n un quartiere di Vicenza.

Siamo nelle scuole, come gruppo educativo zero PFAS, espressione diretta del Movimento NO PFAS del Veneto. Sono ben dodici sigle, a rappresentare i comitati, le  associazioni, i gruppi ambientalisti, all'interno del nostro progetto educativo unitario;  ci affiancano esperti del territori, tecnici, medici Isde, avvocati, educatori, gruppi equo solidali e Pfas land, organo di informazione on line.

Pfas, ancora pfas: una storia di ordinaria follia che non ci stanchiamo di raccontare…


Il titolo del nostro progetto parla chiaro: “PFAS in Veneto. Salute a rischio. Conoscere per capire ed agire"

Entriamo negli istituti scolastici del Veneto che ci chiamano perché gli studenti sono tutti nostri figli, i più colpiti dagli effetti disastrosi dei Pfas. Nove istituti, tra Vicenza e Padova nell’anno scolastico 2018 2019 e 1500 studenti incontrati; già sei scuole, secondarie di secondo grado in questo prima metà dell’anno scolastico 2019/ 2020, tra Vicenza, Padova, Verona approdando a Venezia, dialogando con studenti dai 14 ai 19 anni. con corsi strutturati, assemblee studentesche, serate informative per adulti ,  cineforum .   

Li educhiamo a riconoscere cause ed effetti provocati dalla contaminazione e a reagire con cognizione di causa individualmente e collettivamente.
Il nostro allarme scientifico si trasforma in un inno alla vita quando ci confrontiamo con loro, attraverso l’elaborazione di un nuovo pensiero in cui si riflette la necessità di un cambio di paradigma culturale, cioè il rifiuto di una società mercantilistica, priva di valori, responsabile del degrado totale del Pianeta.

I ragazzi prendono coscienza della gravità della situazione in cui sono coinvolti e si stupiscono del ritardo con cui vengono informati.
Non sanno che la nostra voce, autonoma, apartitica, libera, è scomoda per i messaggi, i documenti, le testimonianze che portiamo e che penetrare nelle scuole non è giusto una passeggiata. 



Niente ci ferma.  
Non le circolari, dall’alto pervenute alla scuole del padovano ricordando ai dirigenti, che in nome della neutralità, scientificità e competenza i temi delicati quali quelli relativi ai pfas andrebbero meglio affrontati con le istituzioni che se ne occupano
Non le diffidenze di vari dirigenti scolastici e docenti che non vogliono ‘correre rischi' con la nostra presenza o di chi all’interno della stessa scuola ci vorrebbe imporre ‘versioni soft'.   


 Le voci che portiamo agli studenti sono tante.
Sono le voci degli esperti, delle mamme di ragazzi contaminati che parlano attraverso il nostro progetto, quelle di gruppi di cittadini virtuosi e attivi, dei comitati e associazioni che difendono il loro territorio.  
Sono le voci degli stessi ragazzi, troppo ancora ignari di quanto avviene nella loro terra e nel loro corpo, indignati per essere stati quasi totalmente esclusi dalle informazioni di quanto accade.
Sono le voci delle scuole che ci chiamano, dei dirigenti scolastici che ci ringraziano alla fine del percorso, dei docenti che chiedono chiarimenti e approfondimenti



Tante voci che si identificano in una unica, corale, la voce del movimento No PFAS del Veneto che ha prevalso e prevale sui tentativi autoritari di tacitare le coscienze, di censurare le evidenze dei fatti che, anche senza il nostro impegno, urlano da sé. 
                                    
                           


Noi resistiamo, resisteremo; non ci fermiamo, non ci fermeremo, per i nostri figli.

Donata Albiero 
  









venerdì 14 febbraio 2020

POVERA SCUOLA PUBBLICA SE PASSASSE LA SECESSIONE DEI RICCHI

AUTONOMIA DIFFERENZIATA SIMBOLO DI UN PAESE ALLO SFASCIO  
Così si passa da ‘prima gli italiani’ a ‘prima alcuni italiani’ 
Mai interrogativo è più azzeccato di quello riportato dalla associazione Roars 
nell’affrontare la questione della Autonomia differenziata: Insegnanti o maggiordomi? La scuola della secessione dei ricchi e il miraggio degli schei” 

Avevo già fatto il punto della situazione l’anno scorso con un post significativo in cui esprimevo la mia preoccupazione. Non per niente lo intitolavo “Tradita la scuola pubblica. Prove di smantellamento attraverso la regionalizzazione”  

Avevo, ancora prima, denunciato l’iniziativa della Regione Veneta di considerare il dialetto, lingua da insegnare nelle scuole venete dichiarando ciò che considerava priorità: l'indipendenza e l'autonomia, il dialetto nella scuola.     
Espedienti di bassa politicali avevo chiamati io, che minavano le fondamenta della scuola pubblica. 

A siffatte personali annotazioni rimando per spiegare le ragioni del mio No alla autonomia differenziata. 

Qui accentuo solo alcuni aspetti ignorati dai cittadini e persino dagli addetti ai lavori.


La propaganda che filtra attraverso la rete, i social e le testate locali punta l’accento su vantaggi economici per i territori più efficienti, dimenticando non solo di dire chi pagherà il conto ma anche di spiegare cosa accadrà in concreto alla scuola e ai suoi lavoratori. In questa trappola (miraggio di più soldi) ci sono cascati anche molti docenti del Veneto che io conosco personalmente e, con meraviglia, numerosi   docenti meridionali stabilizzatosi qui.  

La cosiddetta regionalizzazione dell’istruzione è parte di quel progetto di “smontaggio” dello Stato ben più ampio (dalla sanità alle infrastrutture, dai beni culturali all’ambiente, etc).

Il progetto merita la massima attenzione di tutti i cittadini perché  è di una gravità senza precedenti: in un colpo solo vengono annullati i principi di uguaglianza e solidarietà della Costituzione repubblicana, fondamenta della nostra democrazia; il contratto collettivo nazionale, con l’obbligo di garanzie di diritti e doveri per tutte/i, in nome della dignità del lavoro; i diritti universali (salute, istruzione) esigibili ugualmente, indipendentemente da dove si vive; il nostro stesso assetto istituzionale.

 
Si afferma invece una cittadinanza basata sulla residenza: sarà del tutto normale che un sardo o un calabrese valga meno di un emiliano o un veneto, e che ovunque un ricco valga più di un povero; le diseguaglianze, invece che essere superate, saranno legittimate. Si liquida tutto ciò che è “pubblico”, finalizzato cioè all’interesse di tutti/e: istruzione, sanità, ambiente, infrastrutture, sicurezza sul lavoro, principi e diritti sociali previsti nella I^ parte della Costituzione che di fatto vengono annullati. Come l’unità della Repubblica in quanto garanzia di identica possibilità di accesso a quei diritti e alla rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona: tutto scalzato dal famelico egoismo di chi pensa che una maggiore ricchezza (Veneto, Lombardia, Emilia) debba essere ricompensata con maggiori diritti.

Dal “prima gli italiani” si passerà al prima gli emiliani, i lombardi, i veneti e così via, dal momento che solo due regioni non hanno ancora avviato le procedure per rivendicare la rapace richiesta. Un sistema di tante piccole signorie: ogni Regione fa da sé, con i propri fondi, trattenendo la maggior parte del proprio gettito fiscale.

Non c’è dubbio. L’autonomia differenziata è emblematica del declino dell’Italia. C’è un paese che, come nazione, sta andando allo sfascio. Ognun per sé, in barba al principio di solidarietà.  
E’ il progetto politico di chi vuole sfasciare l’unità nazionale
Avremmo 20 sistemi scolastici diversi, 20 politiche ambientali diverse, e così via.

 “Stanno cambiando il volto dell'Italia e lo stanno facendo nel silenzio generale”. L'autore del libro “Verso la secessione dei ricchi?” Gianfranco Viesti, docente di Economia all’Università di Bari, è tra i più combattivi nel denunciare le nefaste conseguenze, se fosse varata, della riforma sull'autonomia regionale differenziata.

 Siamo sull’orlo del precipizio.

Non distraiamoci e premiamo su tutti i Politici affinché lo sciagurato progetto venga ritirato.





Donata Albiero        14 febbraio 2020