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martedì 23 maggio 2017

CYBERBULLISMO E RESPONSABILITA'


Attaccare i social network è troppo facile 


 Basta con il cyberbullismo    
                                                       https://youtu.be/w_UMPZOKFw4


Dopo una lunga gestazione, la legge nazionale sul cyberbullismo è stata approvata alla Camera all’unanimità il 17 maggio 2017. Il percorso era iniziato nel 2013 con la prima vittima accertata di cyberbullismo: nella notte tra il 4 e il 5 gennaio Carolina, 14 anni, si era lanciata  dal balcone di casa. Nella sua lettera d’addio, che negli anni è diventata il simbolo della lotta all’indifferenza contro il bullismo, Carolina aveva scritto che «le parole fanno più male delle botte».

Con la legge per la prima volta viene data una precisa definizione del fenomeno: ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica in danno di minori; nonché la diffusione di contenuti online (anche relativi a un familiare) al preciso scopo di isolare il minore mediante un serio abuso, un attacco dannoso o la messa in ridicolo.

La legge è positiva nelle intenzioni: a favore dei ragazzi, della formazione continua necessaria rivolta a loro e a tutti gli educatori che li accompagnano, nella direzione educativa e non punitiva.
Anche il bullo è una vittima e deve essere aiutato a riflettere sulle conseguenze delle sue azioni.  
Serve naturalmente una scuola preparata, informata per un uso corretto dei social network (fa da tramite il referente scolastico per il bullismo).

Ora la legge c’è e va attuata.

Ma …tra il dire  e il  fare …

Già, perché, in estrema sintesi, occorre da un lato che il mondo adulto ritorni a esercitare la propria responsabilità educativa e, dall’altro, che i giovani crescano rieducati all’empatia e conoscendo bene i rischi della Rete.

Mi chiedo perplessa: basta una legge punitiva sui socialnetwork per vincere il fenomeno odioso che sta investendo sempre più i minori?
Di chi sono le responsabilità effettive?

Trovo, quasi a conferma dei miei dubbi, una nota provocatoria in un blog intitolato “Generazione”   
" Volete ancora fare una legge contro il cyberbullismo perchè i socialnetwork sono i colpevoli?
"...Il sessismo, l’odio razziale, la discriminazione ponderale, l’omo- lesbo- transfobia sono queste le cause, sono questi i nemici da combattere, non sono nati dai socialnetwork, erano già tra noi prima di facebook, sono le armi che quotidianamente forniamo ai ragazzi e alle ragazze. Le armi con cui si fanno del male gliele abbiamo date noi, gliele serve su un piatto d’argento questa cultura, se non puntiamo il dito verso i veri responsabili è inutile, e pure molto ipocrita, piangere dopo.”

(http://donataalbiero.blogspot.it/2017/03/violenza-e-bullismo-figli-di-una.html) 


Rimane, sancita dalla legge ma lo è indipendentemente da essa , quella che considero  la sfida più grande al  fenomeno del cyber-bullismo tra i più giovani, cioè la prevenzione e  un’alleanza educativa al rispetto dell’altro che parte dalla famiglia, passa dalla scuola, fino a toccare anche tutti gli altri ambienti sociali che i nostri ragazzi si trovano a frequentare. Perché seppur mediato da uno schermo (con tutte le conseguenze e le amplificazioni che questo può portare), dietro a queste situazioni si celano persone, che feriscono e che vengono ferite.

Parola d’ordine diventa educazione digitale.



Ai nostri figli, dovrebbe essere insegnato quali e quanti possano essere i pericoli della nuova società digitale. 
Ognuno di noi deve acquisire la consapevolezza che, per pubblicare un video, postare un contenuto o scrivere un giudizio, è necessaria la stessa prudenza e lo stesso senso di responsabilità che ci guidano nella vita reale, poiché la vita dei social non è una realtà virtuale.
Nello stesso tempo, si rende sempre più necessaria anche una rieducazione morale e dei sentimenti, poiché la violenza che viene a volte trasmessa attraverso i social è nient’altro che  la violenza  caratterizzante  sempre di più le nuove generazioni, che usano la Rete per potenziare, amplificare e diffondere il loro messaggio.

Uno strumento a scuola e in famiglia?

Mi piace il Manifesto della comunicazione non ostile nelle scuole, un documento   promosso da Parole O Stili la comunità composta da oltre 300 professionisti della parola e dell’istruzione, tra giornalisti, manager, politici, docenti e comunicatori.




Il progetto è nato per contrastare l’ostilità dei linguaggi nei media, in particolare in Rete.
Ambisce ad essere “un’occasione per confrontarsi sullo stile con cui stare in rete, e magari diffondere il virus positivo dello ‘scelgo le parole con cura’.”
Si vuole in definitiva ridare fiducia alle parole, sul principio secondo cui le relazioni sono basate sul rispetto, anche tra le persone con cui condividiamo il luogo virtuale.

 Il percorso indubbiamente complesso va nella direzione della promozione del rispetto della dignità dell’altro come valore irrinunciabile per l’essere umano.

E’ compito dei genitori e della scuola, palestra fondamentale di apprendimento delle regole della convivenza, rispetto reciproco, armonia e lealtà, bloccare certi comportamenti e dirigerli verso modi di essere socialmente adeguati, senza nascondersi dietro ad atteggiamenti tolleranti o permissivi e soprattutto, quando possibile, operando insieme nel rispetto dei ruoli e delle competenze 


Donata Albiero






venerdì 12 maggio 2017

BAMBOLE E BAMBINI

Ci sono bambole che hanno tutto e bambine che non hanno niente.

Bambini e bambole               https://youtu.be/RszrHwog_lg


Gianni Rodari, scrittore, poeta, giornalista e pedagogista italiano ha riempito di parole, rime e contenuti educativi l’infanzia dei miei figli, e la crescita culturale di bambini nelle scuole dove ho operato.

L’ho sempre considerato un innovatore, un cantastorie moderno, che ha saputo rinnovare la letteratura per ragazzi.    

L'ho portato a scuola, da insegnante, nelle elementari e nelle medie; ho riempito, da   dirigente,  le biblioteche scolastiche, in coerenza con la vision che avevo, attenzione alla centralità dell'alunno, futuro cittadino del mondo, come studente e come persona e con la conseguente mission, favorire un apprendimento attivo, critico ed efficace in relazione ai continui cambiamenti nella società, seguendo l'esperienza  di Barbiana, “I care” di Don Milani 


Mi piacevano di Rodari le tematiche della lotta di classe, degli emarginati e gli ultimi della società, contro la guerra e per la pace. 
 Scoprivo giorno dopo giorno quell’intima affinità tra il suo insegnamento e quello di don Milani che i critici sottolineavano. Anche per Rodari, infatti, l’uso della parola fa la differenza, la capacità di capire e di farsi capire, la possibilità di comunicare che non appartiene allo stesso modo a tutte le classi sociali. A partire dalla poetica degli ultimi, che concentra l’attenzione sui poveri, gli emigrati, i diversi, gli umili a cui si lega la critica sociale con una decisa derisione dei potenti.
Ed ecco le sue sono filastrocche: semplici e politiche, sempre attente agli ultimi, sempre contro ogni disuguaglianza che era/è il principio di ogni guerra.
Insegnava che “la pace scalda più del sole”, ci ricordava amaramente che “ci sono bambole che hanno tutto e bambini che non hanno niente”, e in giorni speciali entrando in classe i si chiedeva, chiedeva ai bambini: “Dove sono i bambini che non hanno l’albero di Natale con la neve d’argento, i lumini e i frutti di cioccolata?”

Rodari mi ha stregato.

Non è un caso se come mamma sono riuscita a farlo amare dai miei due figli; se come volontaria di una ONG non governativa che si occupa dell’infanzia nel mondo, entrando nelle scuole, per alcuni anni, da esterna, introducessi le filastrocche e le poesie di Rodari per far riflettere sul dramma dell'infanzia "negata" a molti bambini... 

Non è un caso se a scuola i piccoli allievi imparavano a recitare "Bambine e bambole"

La mia bambina ha una bambola,
e la sua bambola ha tutto:
il letto, la carrozzina, i mobili da cucina,
e chicchere, e posate, e scodelle,
e un armadio con i vestiti sulle stampelle, in folla,
e un’automobile a molla
con la quale passeggia per il corridoio
quando le scarpe le fanno male.
La mia bambina ha una bambola,
e la sua bambola ha tutto,
perfino altre bamboline più piccoline,
anche loro con le loro scodelline,
chiccherine e posatine.


E questa è una storiella divertente,
ma solo un poco,
perché ci sono bambole che hanno tutto
e bambine che non hanno niente
.

Riconoscevano  i bambini la frase 
più importante e più riflessiva, la parte finale, dove si affronta il problema della povertà e della condizione del
 bambino nel mondo.


Diventava naturale, immediato e semplice poi discutere insieme il tema dei diritti dei bambini da rispettare.

Ripensando ai miei incontri con i bambini e ragazzi delle scuole, al mio stesso rapporto educativo di madre  con i figli tramite Rodari, credo che una ragione della sua incisività in quel che raccontava fosse il tessuto ludico della narrazione (nella poesia o nel racconto) che agganciava  i temi  etici e civili, e lo faceva  senza alcun moralismo, perché si trattava di creare sensibilità, d’interpretare bisogni e attese e di mostrarli come portatori del bene comune e di una convivenza pacifica universale, almeno possibile. Ma, in quanto possibile, da realizzare. Anche e soprattutto a partire dal bambino. 

E’ comune ritrovare ‘sue frasi’, oggi come ieri, nel quotidiano del far scuola.

Abbiamo bisogno di esempi positivi, e Rodari lo è ancora, per noi e per i bambini che, come educatori cerchiamo di far crescere, “andando a cercare insieme, le parole per pensare”

Donata Albiero 


sabato 6 maggio 2017

SCUOLA RISCHIATUTTO ?

 SCUOLA  RISCHIATUTTO ?
A proposito dei Test Invalsi...
                                                    https://youtu.be/B8hpTpP0cSA
A primavera puntuali sono arrivate le rondini, anche se poche.
Altrettanto puntuali, sono arrivate e continuano le proteste contro le prove Invalsi, ovvero il test a crocette per 2,2 milioni di alunni
Sindacati della scuola, comitati di genitori, organizzazioni studentesche, intellettuali e pedagoghi lamentano gli effetti perniciosi dei test standardizzati che l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo propone agli studenti di varie età, dalle elementari alle superiori, con gli scioperi programmati dai Cobas e un presidio al Miur organizzato dalla Flc Cgil di Roma.
“Gli argomenti della contestazione spaziano dalla critica esterna, sulla natura intrinseca dell’esercizio, a quella interna, sulle sue modalità di attuazione. C’è chi oppone un rifiuto radicale all’idea stessa di misurare e valutare i risultati della scuola, perché la ritiene il preludio di una aborrita concorrenza tra le varie scuole; c’è chi, pur concordando con l’utilità di una valutazione, ritiene che i test Invalsi non siano lo strumento adatto a valutare la nostra scuola e offrano un’immagine riduttiva, immiserita dalla pretesa quantificatrice, della multidimensionalità dell’apprendimento che essa offre” (Il sole 24 ore).
Che dire?
Sono per la valutazione della scuola, lo sono sempre stata, convinta che essa possa essere utile e, in un certo senso, necessaria.
Penso infatti che sia necessario disporre di dati che permettano di fare una valutazione della qualità dell’insegnamento e della scuola italiana come sistema.
Io stessa come docente (per 10 anni) e come dirigente (per 31 anni) mi sono interrogata per anni sui risultati del mio insegnamento e della mia conduzione della scuola. Per me era importante sapere se il mio lavoro fosse servito a qualcosa e se, o come, avesse influenzato la vita dei miei alunni.
Quando sono state istituite le prove INVALSI ho pensato al ruolo positivo che una valutazione di sistema e una autovalutazione di istituto avrebbero avuto nel miglioramento scolastico se accompagnate a finalità di ricerca e formazione. Le prove ed i risultati potevano servire a comprendere i livelli raggiunti, non solo ma anche a definire meglio gli obiettivi perseguibili e desiderabili. Questa fase di analisi sarebbe diventata uno strumento molto importante nelle mani dei docenti durante tutto l'anno  per un'impostazione realistica e ragionevole della didattica.

Lavorando sempre in scuole dell’obbligo e con minori in dispersione scolastica (CTP/EDA), davamo per scontato che le prove nazionali Invalsi nella scuola di base, non volessero avere un carattere ostativo ma fossero semplicemente un mezzo per acquisire coscienza del livello cognitivo relativo di una determinata classe, di un determinato alunno, di una determinata scuola in alcune discipline. Relativo rispetto alle realtà territoriali circostanti sempre più vaste…
Punto.
Perciò, non mi sono mai sottratta personalmente alla valutazione interna o esterna che fosse e ho cercato di condividere le mie convinzioni con i docenti, nei collegi, nei consigli di classe, nei percorsi di formazione ad hoc .

Nel corso degli anni però (soprattutto dal 2000 anno di inizio della ‘autonomia scolastica’ al 2012 ultimo anno di servizio) mi sono accorta che il mio concetto di valutazione era altro ed è altro da quello governativo, vedasi la promulgazione della legge 107/15 che ho combattuto raccogliendo anche le firme nei gazebi.   
I test Invalsi sono stati accompagnati da una serie di misure (tagli di ore, tagli ai finanziamenti, aumento del numero degli alunni per classe, accorpamenti di classi, tagli al sostegno ecc.) che hanno reso sempre più difficile il lavoro degli insegnanti, peggiorando sensibilmente gli standard qualitativi della scuola italiana.
Come se non bastasse, coloro che ci hanno governato e ci governano hanno convogliato sotto voce “valutazione” un’idea punitiva e sanzionatoria rispetto al sistema scolastico, consegnando alla scuola – anno dopo anno – dispositivi di legge, progetti, sperimentazioni, provvedimenti che con la valutazione intesa come strumento finalizzato ad individuare e correggere le criticità non hanno nulla a che fare.

Nella scuola media in cui ho operato negli ultimi dieci anni tutti noi  professionisti eravamo coscienti che Non erano  certo solo  le risposte dei quiz Invalsi a valutare correttamente l’apprendimento dei nostri scolari  ma la valutazione formativa e in essa la ridiscussione dell’uso dei voti, la valutazione dei  processi, dell’organizzazione, delle didattiche, dei contesti, per capire e intervenire, finalizzando ogni atto  al miglioramento e allo sviluppo, non certo al giudizio e alla sanzione/premio. Di qui il crescente disagio degli insegnanti, sfociata per molti in avversione, per altri in rassegnazione, anno dopo anno, per i risultati conseguiti dalle prove che andavano spesso nel senso opposto di quanto da noi sostenuto: un uso ragionato e interno dei dati valutativi, non finalizzato alla “competizione” tra le scuole.  

I boicottaggi adottati fino all’ultimo momento da parte dei docenti nella speranza di poter non somministrare le prove non erano affatto per timore della valutazione al loro operato  ma per una scuola che rischiava di trasformarsi in “ Rischiatutto” per gli allievi.
 
Come sostiene con passione la maestra Claudia Fanti in un suo post  “ Conosco tante maestre talmente preparate da non fare una piega dinanzi a test di qualsiasi tipo.
Passerà, passerà tutto e resterà la sostanza. Quale? Quella dei bambini sempre alla ricerca dell'isola che ancora non c'è! Occhi sgranati sul mondo, perché rivolti a qualsivoglia "materia", con affetto crescente per adulti che sanno ascoltare le domande senza farsi depositari di verità! In un mondo complesso come il nostro, il senso si dà soltanto se come nei lontani e dimenticati anni '60, si insegnano il rispetto e la buona curiosità per vite straniere e pelli colorate, e in più di allora per idiomi e usanze che si intrecciano, per l'ambiente che soffre a causa di" stupri", violenze inaudite e corrotte, per l'unica possibilità di sopravvivenza che abbiamo come esseri umani e cioè la cooperazione e il dialogo profondo, filosofico, sui destini di ognuno e sul destino collettivo. Non basta più certo far analisi di testi, saper contare o blaterare qualche parola d'inglese, per vivere e vivere bene! …”

Ripeto, con le parole autorevoli del pedagogista Daniele Novara 
“ La scuola non è Rischiatutto! 
…Occorre chiedere una scuola che offra agli insegnanti una formazione regolare e sistematica, una scuola aperta alle metodologie attive e maieutiche, una scuola che valorizzi il gruppo classe e sappia sviluppare le risorse degli alunni piuttosto che fare la guerra ai loro inevitabili errori.

Una scuola di qualità non ha bisogno delle prove Invalsi. Abbandoniamole senza rimpianti: non garantiscono in nessun modo una vera valutazione ma fotografano semplicemente l’alunno sulla base di una risposta esatta, uno dei metodi più discutibili per verificare l’apprendimento.

Usiamo i fondi pubblici per migliorare il sistema scolastico”

Good bye Invalsi! 
E’ la battaglia che conduco da cittadina attiva nel comitato LIP di Vicenza a favore della scuola per la Costituzione


lunedì 17 aprile 2017

CANTA CHE TI PASSA!

Quando la gente cantava spensieratamente




Si lamentava Mario Rigoni Stern  "50 anni fa si sentiva la gente cantare. Cantava il falegname, il contadino, l'operaio, quello che va in bicicletta, il panettiere. Oggi hanno smesso. La gente non canta più e non racconta più”

Verisssimo, io cinquant’anni fa c’ero; ero una bimba birichina e ricordo bene che tantissima gente cantava anche mentre lavorava. Mio padre fischiettava radendosi la barba e montando in sella alla sua bici per andare a lavorare nella sua botteguccia di artigiano; mia sorella, più grande di me di 14 anni, cantava a squarciagola chiusa in camera sua di sabato mattina a fare le pulizie della stanza. 
Cantava, stonando terribilmente, mio fratello grande, in macchina.

Ricordo persino il postino per strada che fischiettava aspettando che qualcuno scendesse a firmare la raccomandata.
Le persone, mezzo secolo fa, evidentemente, non si preoccupavano del giudizio altrui e davano libero sfogo alle proprie emozioni, con un candore scomparso.
A dir la verità cantavo anch’io da bambina: le canzoni della chiesa, degli scout, canzoni imparate a scuola e lo facevo a casa, a scuola, nel cortile, in bicicletta.   

Smisi per sempre inspiegabilmente a 16 anni …

Che dire?
 Tutto è cambiato da allora: una volta abitavamo nei cortili dove tutte le famiglie diventavano quasi un'unica famiglia, oggi non conosciamo neanche il vicino di casa; la gente per strada si salutava con piacere, oggi incontri qualcuno e subito sparla di altri; i bambini giocavano in piazza o nei prati (allora c'erano) e non davano fastidio a nessuno, oggi in casa danno problemi a quelli sotto o sopra, fuori non ci sono spazi....
Sono migliorate certamente le condizioni di vita, ma purtroppo sono peggiorate le persone e le relazioni
Adesso è raro per non dire improbabile sentire cantare qualcuno sul posto di lavoro. Al massimo, si canta nei locali karaoke. Credo si sia persa persino l’abitudine di canticchiare o fischiettare in bagno, mentre ci si fa la barba.
 Cosa è successo?  Forse cinquant’anni fa eravamo più poveri e meno evoluti di oggi, ma certamente eravamo più contenti?  
Perché abbiamo smesso di cantare e quasi ci vergogniamo di farlo? Perché ho smesso anch’io?

Forse non cantiamo più perché siamo tristi, avviliti, amareggiati, appesantiti da delusioni e preoccupazioni da cui non sappiamo distaccarci?
Mio marito canta e fischia ancora; dice che lo rilassa e lo fa senza problemi.
 E allora mi associo a quanto fa mio marito e a quanto scrive Giuseppe Bresciani:   “Da oggi voglio convertirmi alla religione della spensieratezza perduta….  È una buona ragione per mettermi a canticchiare”. 

Tanto pe cantà, come ci ricorda il brano scanzonato di Petrolini ripreso fra gli altri da Alberto Sordi, Nino Manfredi, Lando Fiorini, Gabriella Ferri e Gigi Proietti. Vi ricordate cosa dice?
 “Se po’ cantà pure senza voce, basta ‘a salute, quanno c’è ‘a salute c'è tutto.”
 Di questi tempi, godere di una buona salute è un motivo più che sufficiente per imitare i falegnami, i contadini, gli operai e i panettieri di una volta.

Mi ritorna in mente “Canta che ti passa”…

Per questo motivo è doveroso che io canti e non smetta di raccontare.

Fatelo anche voi  







Donata Albiero 

TANTO 'PE CANTA'
E' una canzone senza titolo
tanto 'pe cantà, 'pe fà qualche cosa
nun è "gnente de straordinario
è roba del paese nostro
che se po' cantà pure senza voce
basta 'a salute
quanno c'è 'a salute c'è tutto
basta 'a salute e un par de scarpe nove
poi girà tutto 'er monno
e m'accompagno da me!

'Pe fà la vita meno amara
me sò comprato 'sta chitara
e quanno er sole scenne e more
me sento 'n'core cantatore
la voce è poca ma intonata
nun serve a fà 'na serenata
ma solamente 'a fà in maniera
de farme 'nsogno a primma sera.
Tanto 'pe cantà
pecchè me sento 'n' friccico ner core
tanto 'pe sognà
perché ner petto me ce naschi un' fiore
fiore de lillà
che m'ariporti verso er primo amore
che sospirava alle canzone mie
e m'arintontoniva de buscie.
Canzoni belle e appassionate
che Roma mia m'aricordate
cantate solo 'pe dispetto
ma 'cò 'na smania dentro ar petto
io nun ve canto a voce piena
ma tutta l'anima è serena
e quanno er cielo se scolora
de me nessuna se 'nn'amora.
Tanto 'pe cantà
pecchè me sento 'n' friccico ner core
tanto 'pe sognà
perché ner petto me ce naschi un' fiore
fiore de lillà
che m'ariporti verso er primo amore
che sospirava alle canzoni mie
e m'arintontoniva de bucie.
Tanto 'pe cantà
pecchè me sento 'n' friccico ner core
tanto 'pe sognà
perché ner petto me ce naschi 'n' fiore
fiore de lillà
che m'ariporti verso er primo amore
che sospirava alle canzoni mie
e m'arintontoniva de bucie.

venerdì 7 aprile 2017

ARRUOLAMENTO DEI BAMBINI O CITTADINANZA ATTIVA?


«Dobbiamo protestare contro coloro che violentano la natura, che deturpano i paesaggi, che speculano sulle bellezze della terra».                                  
                                        Don Tonino Bello

No tap, la protesta in Salento: "Difendiamo la terra"   https://youtu.be/vI2iy37uw-g
                          

Non ci risparmiano nulla lor signori: 
acqua avvelenata, suolo contaminato, aria inquinata, speculazioni edilizie.  
Stiamo proprio in questi mesi , comitati, associazioni , liberi cittadini , movimenti , preparando una grande manifestazionr pubblica coinvolgendo le mamme, i loro figli , i ragazzi delle scuole , contro quello che definiamo
un disastro ambientale : l'acqua  avvelenata delle falde, che continuiamo a bere dai rubinetti  (PFAS).
 

La responsabilità “del principio di umanità che rappresentano” non vale sempre?                 

 I genitori che portano i figli anche piccoli a una manifestazione che loro pensano giusta non indottrinano e non caricano di nessuna responsabilità, semplicemente indicano una strada, un atteggiamento, un dovere. Il bambino portato alla manifestazione contro il gasdotto in Puglia, non subisce una strumentalizzazione...  Quel bambino da grande sarà libero, e quasi sicuramente sarà un adulto che Le coscienze si formano. 
Perciò amo ripetere, in tutte le occasioni di dibattito con gli stessi ragazzi, che la democrazia non si astiene mai  e che quando ne va del loro futuro, se esso è in pericolo,  “Ribellarsi e’ giusto “
Ben venga, dunque, la manifestazione pacifica dei bambini insieme ai loro genitori, ai loro insegnanti, ai loro sindaci per la difesa del territorio  in ogni parte dell'Italia : non si vendono i valori dell'Uomo per gli interessi dei   mercati e delle multinazionali o dei soliti affaristi .




Sono una cittadina attiva e lotto quotidianamente per la salvaguardia della salute dei cittadini nel territorio dove abito, martoriato dall’inquinamento e dal malaffare . 

 Informiamo prima di tutto i nostri bambini (figli, nipoti, scolari) e li mobilitiamo responsabilmente.  

La  sfida del territorio è enorme, richiede una risposta urgente da tutte le generazioni e i bambini, che erediteranno la terra, sono le ultime persone che dovrebbero essere escluse. 
Questa convinzione - il protagonismo dei bambini e ragazzi - ha dettato sempre le mie azioni a scuola (sono stata per 30 anni dirigente scolastica).  Ho infatti utilizzato dal punto di vista educativo, la pratica del coinvolgimento attivo dei bambini, ragazzi spingendoli a capire che la democrazia e la salvaguardia dei diritti universali di ogni persona si sviluppano  con le azioni quotidiane (Nell’ atrio della scuola era visibile il motto “La libertà non è star sopra un albero”…) La scuola, per l’impegno profuso in tal senso ha ottenuto il riconoscimento dall’Unicef e quello del prefetto di Vicenza 
Ovvia la mia adesione alle proteste dei cittadini in Puglia contro il TAP, il gasdotto trans-adriatico.
Mi ha quindi colpito la polemica sorta per la presenza di bambini alle manifestazioni.
 Eraldo Affinati, su Repubblica, ha pontificato
“Questa protesta in formato famiglia, prima ancora degli ulivi espiantati, chiama in causa i bambini più piccoli, coinvolti in un’impresa che non avrebbe dovuto riguardarli. Essere responsabili del principio di umanità che rappresentano vuol dire prendersi in carico la loro coscienza in via di formazione: custodirla, non esporla; proteggerla, non bruciarla, guidarla, non soffocarla.”

E’ la solita visione a cui mi sono abituata confrontandomi con la gente, della politica come una cosa sporca, a cui non bisogna esporre l’innocenza infantile
La replica la lascio alla maestra Rosaria Gasparro e al suo post “Il potere educativo “a cui rimando
“Cosa allora riguarda i bambini e le bambine? Può essere il portare i propri figli con sé nei luoghi in cui si è nati, dove si è cresciuti, in quei luoghi che riguardano tutti in un tempo che ci comprende senza differenze di età, un atto irresponsabile di povertà educativa?


  Quando scegliamo di portarli in chiesa, di portarli allo stadio, di educarli ad essere tifosi, campioni o principesse di qualcosa, quando passiamo le domeniche nei centri commerciali, quando scegliamo come vestirli, cosa devono mangiare, che scuola devono frequentare, chi saranno i loro amici, quando gli compriamo il tablet di ultima generazione; quando li guidiamo nelle religioni che noi abbiamo  scelto, confessionali o di consumo, con le loro liturgie e le loro parate, mentre indirizziamo non soffochiamo e non ‘bruciamo’ la loro formazione con la nostra visione della vita, povera o ricca che sia?  
Portare i propri figli nella natura, in un bosco, su una spiaggia, in una oasi protetta, su un sentiero di campagna per educarli alla bellezza, al sacro qui e ora, per difendere insieme gli alberi… non rientra nelle libertà educative dei genitori, non costruisce una pratica di comunità, di legami, di educazione all’impegno, un patrimonio condiviso di valori? …                                          Una educazione alla cittadinanza che insegna ad esprimere apertamente le proprie convinzioni, il proprio sentimento di appartenenza. Che a volte, come in questo caso, difende e si oppone, si fa protesta di pace, di 86 sindaci su 99 e di migliaia di comuni cittadini, si fa etica laddove tutto è denaro"
Condivido perbacco
Si educa con l’esempio più che con le belle teorie; la cittadinanza si fa e si da’. 

si  ricorderà che i suoi genitori volevano bene al territorio e difficilmente sopporterà un'ingiustizia. 
Buoni cittadini e cittadini critici si diventa con l'esempio.
E poi  mi chiedo:   
 Perchè non si levano voci contro alcune trasmissioni televisive dove ai bambini protagonisti viene scippata l'infanzia? 
Nessuna rilevazione alla pubblicità manipolatrice che si rivolge direttamente ai bambini?
 Nessun divieto di ingresso ai centri commerciali dove la merce è esposta in modo suadente ad altezza di bambini, intesi come consumatori?  

E allora, finiamola con la storia della strumentalizzazione dei bambini quando serve ai poteri forti. In ballo c'è il loro futuro, è indispensabile che siano coinvolti.  


Noi siamo quello che facciamo (Suzuki di 12 anni ha dato l’esempio ai suoi coetanei “  sto lottando per il mio futuro….sono a qui a parlare a nome delle generazioni future”
Ogni ragazzo attivamente deve difendere i diritti umani universali con le sue azioni quotidiane
Ogni minore ha il diritto di non essere inquinato e lo deve sapere  


I bambini imparano quello che vivono, e da adulti vivono quello che hanno imparato.


Donata Albiero