IL TRACOLLO DEI LICEI TRADIZIONALI:
QUANDO STUDIARE SMETTE DI ESSERE UNA VIRTÙ
controllo i dati iscrizioni alle superiori per l'a .s. 2026 2027
E come scrive, giustamente, Alessandro Quarta
“Ci sono numeri che raccontano più di molte
parole. E poi ci sono numeri che dovrebbero far riflettere un Paese intero. I
dati sulle iscrizioni alle scuole superiori degli ultimi anni appartengono a
questa seconda categoria. Dietro percentuali e statistiche si intravede infatti
qualcosa di più profondo: un cambiamento culturale che riguarda il modo in cui
una società concepisce lo studio, la fatica intellettuale e la formazione delle
nuove generazioni”.
Riporto l’intervento che condivido perché racchiude
dei pensieri che rispecchiamo, purtroppo, la realtà : una società che sta
scivolando in una forma di omologazione di massa, la decadenza del “Cogito ergo sum”.
Il fenomeno è ormai evidente. I licei tradizionali, quelli che per decenni hanno rappresentato la spina dorsale della formazione culturale italiana, arretrano. Il liceo classico continua a perdere iscritti, mentre anche lo scientifico nella sua versione tradizionale mostra segni di progressivo indebolimento. Insieme non raggiungono ormai neppure un quinto delle scelte complessive degli studenti.
Non è soltanto
una questione di numeri. È una questione di visione.
Negli ultimi
anni il sistema scolastico italiano si è progressivamente popolato di indirizzi
“alleggeriti”, percorsi sempre più specializzati, formule che promettono
competenze immediate, sport, laboratori, esperienze pratiche, riduzioni di
alcune discipline considerate “troppo difficili”. Latino ridotto o eliminato,
matematica alleggerita, lingue semplificate. Tutto sembra orientato a rendere
il percorso meno impegnativo, più rapido, più appetibile.
In altre
parole: più vendibile.
La scuola,
silenziosamente, ha cominciato a parlare il linguaggio del marketing.
Non si
presentano più programmi di studio, ma offerte formative. Non si illustrano più
percorsi culturali, ma vantaggi competitivi. Si promettono percorsi più brevi,
formule innovative, modelli “4+2”, indirizzi identitari costruiti attorno a
parole evocative.
Nel frattempo,
il concetto stesso di liceo rischia di essere snaturato.
Storicamente
il liceo non era semplicemente una scuola superiore. Era un luogo di formazione
della mente. Un laboratorio di pensiero critico. Un percorso lungo e spesso
faticoso in cui lo studio delle lingue classiche, della filosofia, della
matematica e della storia non aveva lo scopo di fornire competenze
immediatamente spendibili, ma di costruire strumenti mentali duraturi.
Il liceo
classico, in particolare, rappresentava l’idea che la cultura non fosse un
ornamento, ma una struttura portante. Il latino e il greco non servivano
soltanto a tradurre testi antichi: servivano a comprendere la logica delle
lingue, la complessità del pensiero, il valore delle parole. La filosofia
insegnava a dubitare. La storia insegnava a collocare i fatti dentro processi
più ampi. La matematica educava alla disciplina del ragionamento.
Era una scuola
difficile, certo. Ma proprio per questo formativa.
Oggi, invece,
sembra affermarsi una logica opposta. Non più la scuola come luogo della fatica
intellettuale, ma come ambiente che deve adattarsi alle preferenze del
“cliente”. La scelta della scuola superiore, che avviene a tredici anni, viene
spesso guidata da criteri che poco hanno a che fare con le reali inclinazioni
culturali degli studenti. A quell’età è quasi impossibile possedere una
consapevolezza profonda del proprio futuro.
E così la
scelta si orienta altrove: verso ciò che appare meno impegnativo, più moderno,
più immediatamente gratificante.
Ma ogni
scorciatoia ha un prezzo.
Il prezzo lo
si intravede nei risultati delle prove standardizzate, nelle difficoltà sempre
più frequenti che molti studenti incontrano all’università, nelle lacune
linguistiche e logiche che emergono nei primi anni di studio accademico. Lo si
vede anche nel mondo del lavoro, dove spesso si lamenta la difficoltà di
trovare figure capaci di ragionare con autonomia, di analizzare problemi
complessi, di scrivere e argomentare con precisione.
Ancora più
preoccupante è un altro segnale, meno misurabile ma altrettanto evidente:
l’indebolimento del pensiero critico.
Una società
che riduce progressivamente gli strumenti culturali dei propri giovani rischia
di generare cittadini sempre meno abituati a interrogarsi, a mettere in
discussione, a distinguere tra argomentazione e slogan. Il pensiero complesso
richiede allenamento, tempo, confronto con testi difficili, con idee lontane,
con tradizioni culturali profonde.
Se questo
allenamento scompare, qualcosa si perde.
Non si tratta
di nostalgia per un passato idealizzato. Il liceo classico, come tutte le
istituzioni educative, ha avuto limiti, rigidità e talvolta eccessi di
formalismo. Ma rappresentava una convinzione fondamentale: che lo studio serio
fosse un investimento sulla libertà delle persone.
Chi impara a
pensare, a interpretare, a discutere, diventa meno manipolabile.
E forse è
proprio questo il punto più delicato.
Ogni epoca
costruisce la scuola che riflette la propria idea di società. Una società che
privilegia la velocità, la semplificazione e il consumo immediato tenderà
inevitabilmente a preferire percorsi formativi più rapidi e meno impegnativi.
Ma una società che rinuncia alla formazione profonda delle menti corre il
rischio di produrre generazioni sempre più fragili sul piano culturale.
Non è un
problema di latino o di greco in sé. È un problema di metodo, di profondità, di
ambizione educativa.
La vera
domanda, dunque, non riguarda soltanto il destino del liceo classico. Riguarda
il tipo di cittadini che vogliamo formare. Se l’obiettivo diventa semplicemente
accompagnare gli studenti verso il diploma con il minor numero possibile di
ostacoli, allora la scuola smette di essere un luogo di crescita e diventa
soltanto una tappa amministrativa.
Ma se la
scuola vuole ancora essere uno spazio in cui si formano coscienze critiche e
menti libere, allora il coraggio di chiedere impegno, disciplina e studio non
può essere considerato un difetto.
Il paradosso è
che proprio nel momento storico in cui il mondo diventa più complesso, la
formazione rischia di diventare più semplice. E forse la vera sfida non è
inventare nuovi indirizzi o nuove etichette, ma restituire dignità alla parola
“studiare”.
Perché una
società che smette di considerare lo studio una virtù, prima o poi smette anche
di comprendere sé stessa.
***
Donata Albiero



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