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mercoledì 11 marzo 2026

POVERA SCUOLA QUANDO STUDIARE SMETTE DI ESSERE UNA VIRTU'

 

IL TRACOLLO DEI LICEI TRADIZIONALI:

QUANDO STUDIARE SMETTE DI ESSERE UNA VIRTÙ

 



Nel momento stesso in cui mi sto preparando per la Manifestazione a Vicenza di Aula33 indetta per il 13 marzo per difendere la Libertà di Insegnamento e il Pensiero Critico, 

 controllo i dati iscrizioni alle superiori  per l'a .s. 2026 2027 

E come scrive, giustamente, Alessandro Quarta 

Ci sono numeri che raccontano più di molte parole. E poi ci sono numeri che dovrebbero far riflettere un Paese intero. I dati sulle iscrizioni alle scuole superiori degli ultimi anni appartengono a questa seconda categoria. Dietro percentuali e statistiche si intravede infatti qualcosa di più profondo: un cambiamento culturale che riguarda il modo in cui una società concepisce lo studio, la fatica intellettuale e la formazione delle nuove generazioni”.

Riporto l’intervento che condivido perché racchiude dei pensieri che rispecchiamo, purtroppo, la realtà : una società che sta scivolando in una forma di omologazione di massa, la decadenza del “Cogito ergo sum”.

Il fenomeno è ormai evidente. I licei tradizionali, quelli che per decenni hanno rappresentato la spina dorsale della formazione culturale italiana, arretrano. Il liceo classico continua a perdere iscritti, mentre anche lo scientifico nella sua versione tradizionale mostra segni di progressivo indebolimento. Insieme non raggiungono ormai neppure un quinto delle scelte complessive degli studenti.

Non è soltanto una questione di numeri. È una questione di visione.

Negli ultimi anni il sistema scolastico italiano si è progressivamente popolato di indirizzi “alleggeriti”, percorsi sempre più specializzati, formule che promettono competenze immediate, sport, laboratori, esperienze pratiche, riduzioni di alcune discipline considerate “troppo difficili”. Latino ridotto o eliminato, matematica alleggerita, lingue semplificate. Tutto sembra orientato a rendere il percorso meno impegnativo, più rapido, più appetibile.

In altre parole: più vendibile.

La scuola, silenziosamente, ha cominciato a parlare il linguaggio del marketing.

Non si presentano più programmi di studio, ma offerte formative. Non si illustrano più percorsi culturali, ma vantaggi competitivi. Si promettono percorsi più brevi, formule innovative, modelli “4+2”, indirizzi identitari costruiti attorno a parole evocative.

Nel frattempo, il concetto stesso di liceo rischia di essere snaturato.

Storicamente il liceo non era semplicemente una scuola superiore. Era un luogo di formazione della mente. Un laboratorio di pensiero critico. Un percorso lungo e spesso faticoso in cui lo studio delle lingue classiche, della filosofia, della matematica e della storia non aveva lo scopo di fornire competenze immediatamente spendibili, ma di costruire strumenti mentali duraturi.

Il liceo classico, in particolare, rappresentava l’idea che la cultura non fosse un ornamento, ma una struttura portante. Il latino e il greco non servivano soltanto a tradurre testi antichi: servivano a comprendere la logica delle lingue, la complessità del pensiero, il valore delle parole. La filosofia insegnava a dubitare. La storia insegnava a collocare i fatti dentro processi più ampi. La matematica educava alla disciplina del ragionamento.

Era una scuola difficile, certo. Ma proprio per questo formativa.

Oggi, invece, sembra affermarsi una logica opposta. Non più la scuola come luogo della fatica intellettuale, ma come ambiente che deve adattarsi alle preferenze del “cliente”. La scelta della scuola superiore, che avviene a tredici anni, viene spesso guidata da criteri che poco hanno a che fare con le reali inclinazioni culturali degli studenti. A quell’età è quasi impossibile possedere una consapevolezza profonda del proprio futuro.

E così la scelta si orienta altrove: verso ciò che appare meno impegnativo, più moderno, più immediatamente gratificante.

Ma ogni scorciatoia ha un prezzo.

Il prezzo lo si intravede nei risultati delle prove standardizzate, nelle difficoltà sempre più frequenti che molti studenti incontrano all’università, nelle lacune linguistiche e logiche che emergono nei primi anni di studio accademico. Lo si vede anche nel mondo del lavoro, dove spesso si lamenta la difficoltà di trovare figure capaci di ragionare con autonomia, di analizzare problemi complessi, di scrivere e argomentare con precisione.

Ancora più preoccupante è un altro segnale, meno misurabile ma altrettanto evidente: l’indebolimento del pensiero critico.

Una società che riduce progressivamente gli strumenti culturali dei propri giovani rischia di generare cittadini sempre meno abituati a interrogarsi, a mettere in discussione, a distinguere tra argomentazione e slogan. Il pensiero complesso richiede allenamento, tempo, confronto con testi difficili, con idee lontane, con tradizioni culturali profonde.

Se questo allenamento scompare, qualcosa si perde.

Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato. Il liceo classico, come tutte le istituzioni educative, ha avuto limiti, rigidità e talvolta eccessi di formalismo. Ma rappresentava una convinzione fondamentale: che lo studio serio fosse un investimento sulla libertà delle persone.

Chi impara a pensare, a interpretare, a discutere, diventa meno manipolabile.

E forse è proprio questo il punto più delicato.

Ogni epoca costruisce la scuola che riflette la propria idea di società. Una società che privilegia la velocità, la semplificazione e il consumo immediato tenderà inevitabilmente a preferire percorsi formativi più rapidi e meno impegnativi. Ma una società che rinuncia alla formazione profonda delle menti corre il rischio di produrre generazioni sempre più fragili sul piano culturale.

Non è un problema di latino o di greco in sé. È un problema di metodo, di profondità, di ambizione educativa.

La vera domanda, dunque, non riguarda soltanto il destino del liceo classico. Riguarda il tipo di cittadini che vogliamo formare. Se l’obiettivo diventa semplicemente accompagnare gli studenti verso il diploma con il minor numero possibile di ostacoli, allora la scuola smette di essere un luogo di crescita e diventa soltanto una tappa amministrativa.

Ma se la scuola vuole ancora essere uno spazio in cui si formano coscienze critiche e menti libere, allora il coraggio di chiedere impegno, disciplina e studio non può essere considerato un difetto.

Il paradosso è che proprio nel momento storico in cui il mondo diventa più complesso, la formazione rischia di diventare più semplice. E forse la vera sfida non è inventare nuovi indirizzi o nuove etichette, ma restituire dignità alla parola “studiare”.

Perché una società che smette di considerare lo studio una virtù, prima o poi smette anche di comprendere sé stessa.

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Donata Albiero 

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