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domenica 3 maggio 2020

ADOLESCENTI SCOMPARSI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS



Salviamoli!



Non solo i bambini dimenticati e invisibili, sono scomparsi anche e di più i ragazzi, gli adolescenti: i bollettini della Protezione civile non li considerano, i giornali non li sanno raccontare.
Vorrebbero tornare alla normalità, ma non sanno come fare e non sanno che cosa dire.
Non si citano in nessun decreto. Nemmeno nella cosiddetta ‘Fase due coronavirus’ se non per la questione SCUOLA: esami, didattica a distanza, ripresa lezioni.
Scomparsi proprio: non esistono come soggetti, come persone.
E così, mentre si discute di tutto, dal come faremo le vacanze, a quando ci siederemo al bar, a quali congiunti possiamo ora ricongiungerci, a che scuola troveremo a settembre, i nostri adolescenti continuano a non venire citati.
Senza scuola, senza amici, con l’unica compagnia (virtuale) di una chat o di un videogame che in molti casi diventa un’ancora di salvezza.

 Il risultato? Un adolescente su tre è colpito da sintomi depressivi a causa del lockdown e la cosa che manca loro di più è proprio la scuola.  A rivelarlo uno studio dell’associazione di psicologi “Donne e qualità della vita” che ha raccolto le segnalazioni di oltre 600 ragazzi dai 12 ai 19 anni.
“Sono in particolare le ragazze a manifestare più sintomi depressivi (nel 68% dei casi) rispetto ai ragazzi (42%). La depressione è più diffusa al Nord, con il 44% dei casi, mentre al Sud si scende al 33%. Ma lo stesso vale per i più piccoli, i bimbi sotto ai 14 anni, ormai disabituati ad avere una vita sociale”.



Sono gli stessi adolescenti che fino agli ultimi giorni di febbraio frequentavano le scuole d’Italia, i licei, gli istituti professionali, prendevano gli autobus e i treni all’inizio della loro giornata, poi prendevano appunti sui banchi di scuola, si davano il cinque con gli amici, dispensavano baci alle compagne tutte le mattine prima che cominciassero le lezioni; quelli dell’apericena, dei rapper, quelli che criticavamo fino a ieri per la loro eccessiva esuberanza e mancanza di regole.

Adesso sono scomparsi.
Noi di fatto ce ne siamo disinteressati, tanto, a differenza dei piccoli, hanno, con l’emergenza coronavirus, la liberatoria dell’uso dei social. Telefonini, social, computer, un tempo demonizzati da noi genitori, da noi educatori, dagli psicologi e dai medici, sono diventati ora l’ancora della loro salvezza, l’unico contatto con il mondo esterno per i ragazzi e noi ne siamo rallegrati perché sono diventati un’occasione per condividere giornate e reinventarsi.
«Il web di per sé non è negativo -spiegano i dottori- basta che non diventi l’unica attività della giornata».  
Ma di videochiamate, videolezioni i giovani ne hanno abbastanza.




Ai ragazzi ora mancano gli amici della vita reale. “Quei quattro ragazzi in carne e ossa, di frequentazione quotidiana, si sono rivelati più importanti dei millecinquecento amici che possono avere sui social.”
Per loro #iorestoacasa è stato finora un atto di obbedienza cieca. Eppure, con il coronavirus, hanno visto cambiare la vita.
Racconta bene, in un suo articolo, Giuseppe Grattacaso:
La loro e quella intorno a loro. Non sono più gli invincibili, gli arroganti, gli sfrontati. Non sono nemmeno i timidi, gli assonnati, gli annoiati. Non sono gli sdraiati, malgrado in una posizione da triclinio passino buona parte della giornata. Hanno scoperto di essere fragili e che il mondo non è quello della festa perenne a cui erano abituati, non è tutto rose e aperitivi.”
 Hanno capito che gli adulti sono disorientati e hanno dovuto rendersene conto in un momento della propria esistenza in cui si è disorientati per definizione.

Come stanno?
Gli scomparsi, quelli che i bollettini della Protezione civile non considerano, che i giornali non sanno raccontare, vorrebbero ancora rispondere ‘tutto bene’ alla distratta domanda del genitore su come è andata oggi a scuola. Invece non sanno che dire”.




Certo, una modifica del loro stile di vita improvvisa e brusca c’è stata tanto da gettare, molti di loro, nello sconforto più profondo.
 Tra le preoccupazioni maggiori c'è quella di non vedere un bel futuro davanti a loro: a pensarlo è più di 1 su 3. Almeno così dice l'indagine “Giovani e Quarantena”, promossa dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, Gap, Cyberbullismo) in collaborazione con Skuola.net, che ha intervistato 9.145 ragazzi tra gli 11 e i 21 anni.

Sottolinea Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.
 “I ragazzi, in questo momento di isolamento, non hanno certezze, non riescono a sognare come sarà il loro domani. Avere la capacità di desiderare è il motore della vita. Se lo si tiene spento, si rischia di non andare da nessuna parte e di alimentare situazioni spiacevoli mosse dall’aggressività o sopite dall’apatia.
Tendenze, queste ultime, che sono già oggi in atto.
Stiamo rilevando – continua Lavenia - l’aumento dei disturbi d’ansia e degli stati depressivi tra gli adolescenti. Alcuni giovani chiamano anche al nostro numero verde raccontandoci i sintomi di un attacco di panico. I ragazzi si sentono soli, e nessuno li sta aiutando, nessuno si sta occupando della loro salute mentale".

E se la tecnologia sta in qualche modo 'salvando la vita' ai ragazzi in quarantena permettendo on line i collegamenti - osserva Daniele Grassucci, direttore e co-founder di Skuola.net questo non vuol dire che non ci siano problemi. Anzi, ce ne sono di nuovi: dall’iperconnessione (si sta quasi sempre online) al rischio di confondere la dimensione analogica con quella digitale: “… potrebbe rendere, una volta terminata l'emergenza, ancora più difficoltoso del previsto il loro ritorno alla vita reale.


Dobbiamo in famiglia aiutarli.

I genitori possono sfruttare questo momento per riaprire o allargare il dialogo con loro, sapendoli veramente ascoltare, condividendo ansie e preoccupazioni ma anche facendo loro capire quanto sia determinante la loro partecipazione attiva della fase isolamento in tempi di coronavirus 
Non si tratta solo di chattare, o di leggere libri, o di studiare con la didattica a distanza.  Possono dare il loro contributo dentro casa, essere protagonisti della gestione della cura degli spazi, propri e comuni. Possono aiutare gli anziani, possono mettere un avviso nel condominio dove si dicono disponibili a fare servizi o fare la spesa per loro.  Insomma possono inventarsi attività di volontariato, di solidarietà di vicinato, che in totale sicurezza aiutano le altre persone.
E’ un modo per uscire e per crescere.
 E’ un modo concreto di essere cittadini attivi.

“Un domani gli adolescenti attuali saranno adulti e si ricorderanno di questi giorni. Ricorderanno quanto hanno sofferto, ma anche quanto sono stati creativi. 
Le loro corse in solitaria, i loro libri, il loro diario, gli aiuti che hanno dato agli altri, il ruolo di protagonisti della prevenzione che hanno avuto, la cura delle relazioni e delle persone più care che li hanno accompagnati e verso cui saranno grati.
 Si ricorderanno che hanno dato un grande contributo alla vita delle persone, alla loro salute, e insegneranno questi valori ai propri figli.
Avranno trasformato un’avversità in un’occasione di crescita e di fierezza che non li abbandonerà mai”( Luca Stanchieri)

I ragazzi, i giovani possono fare la differenza.

Donata Albiero   


Approfondimento

I BAMBINI INVISIBILI E DIMENTICATI
https://donataalbiero.blogspot.com/2020/04/bambini-invisibili-e-dimenticati-al.html


lunedì 27 aprile 2020

BAMBINI INVISIBILI E DIMENTICATI AL TEMPO DI CORONAVIRUS


bisogni dei minori in secondo piano 

Bambini e ragazzi costretti a stare ventiquattro ore al giorno tra le mura di casa, spesso in appartamenti molto piccoli, spesso condivisi con tanti familiari. Nessuno all’esterno pare preoccuparsi veramente di loro, in fondo son in compagnia delle rispettive ‘madri’, anche se, come hanno già evidenziato pediatri e psicologi, l’isolamento e l’inattività a lungo andare possono fare molto male alla loro salute fisica e mentale.

Della scuola si parla in questi due mesi ma solo per giustificare la situazione di emergenza che richiede l’impegno della didattica a distanza, o per argomentare la chiusura dell’anno scolastico tout court e la ripresa a settembre, se tutto va bene.
   
Non abbraccio i miei 4 nipotini da fine febbraio scorso; seguo, da lontano, la loro quotidianità nel chiuso delle mura domestiche.
Aspetto, con trepidazione, la fase due per capire che cosa e se cambierà qualcosa per loro.

E’ sconvolgente a ben pensarci. 
I giovani, i ragazzi, i bambini dimenticati finora dalla politica, non rientrano nelle priorità della 'agenda': non fanno mercato, non portano profitto, invisibili agli occhi della società.

Intanto, i bambini, almeno i più piccoli, sono sconcertati, non capiscono bene forse cosa sta accadendo, il perché la scuola è chiusa, il perché non possono abbracciare e stare con i nonni, il perché non possono giocare nei parchi con gli altri bimbi. Guardano il volto degli adulti, come fanno sempre di fronte all’ignoto, per capire se davvero c’è da spaventarsi o meno, e per lo più non trovano nemmeno lì una risposta univoca.



Franco Nanni, con i suoi interrogativi e le sue riflessioni ha ben centrato la questione
Come stanno vivendo i bambini le misure volte a contenere l’emergenza del Coronavirus, e principalmente, come è ovvio, la chiusura delle scuole?
C’è una notissima immagine nella quale la mente dell’osservatore può vedere, alternativamente, una giovane donna o una vecchia arcigna

credo che l’esempio renda bene l’idea di attonita ambiguità che circonda uno scenario assolutamente inedito e dalle caratteristiche sfuggenti.

Analogamente alla celebre illusione ottica, a seconda di come si assemblano i fatti e le informazioni si percepisce paura, ansia, perfino angoscia, o viceversa si minimizza e banalizza

I bambini guardano il volto degli adulti, come fanno sempre di fronte all’ignoto, per capire se davvero c’è da spaventarsi o meno, e per lo più non trovano nemmeno lì una risposta univoca, poiché anche le facce dei grandi sono insieme signorine e megere”.


Io vivo in una regione, il Veneto, in cui le scuole sono chiuse fin dal 22 febbraio 2020. Stavo andando proprio quel sabato all’IIS Masotto di Noventa per terminare il progetto sui Pfas (nella scuola diversi alunni provenienti da Vo’, fonte di contagio) quando mi giunse la telefonata delle lezioni sospese.
 Un fastidioso ‘slittamento’ pensavo all’inizio, un rinvio di una settimana, poi la proroga a Pasqua… infine, la mia presa di coscienza della gravità del virus.      E con me i professori delle varie scuole impegnate nel progetto, che avevano rinviato il nostro intervento.

Parallelamente, è avvenuto il mio auto isolamento a casa (sono una nonna,  scopro di essere, all’improvviso,  fragile e degna di protezione sociale): ho dovuto negare l’aiuto a mia figlia,  lavoratrice a partita Iva, autonoma, con i suoi bambini in isolamento a casa.  Stessa sorte, in altro comune, di mio figlio e della sua compagna.
Giorno dopo giorno, in attesa, spiando le reazioni dei piccolini della mia famiglia: da una fase iniziale di felicità perché la mamma era tutta per loro,  hanno incominciato a chiedere quando potevano ritornare a scuola.   I piccoli avvertivano principalmente la mancanza del contatto con i coetanei, ma anche la routine quotidiana con le sue attività, i giochi nel cortile, le maestre…

In queste settimane leggo moltissimi articoli sulla didattica a distanza. Pro e contro...e pensare che io sono sempre stata  contraria all’uso del cellulare a scuola perché ruba il tempo alle relazioni dirette

Per l’emergenza capisco che tale didattica a distanza era l'unica soluzione: si doveva fare qualcosa di fronte alla chiusura forzata delle scuole. 

Non so quali decisioni si prenderanno nei prossimi mesi, prima dell’inizio  a settembre del nuovo anno scolastico.  
Ma so che la scuola luogo di relazioni va salvata e va ripresa…perché rimane la necessità, comunque, del contatto con essa: intendo la voce, se non anche il volto, delle maestre che parlano agli alunni e forniscono rassicurazioni e sorrisi sono fondamentali ad ogni età.

 Ora serve che i bambini avvertano la scuola come una presenza buona che alimenta e guida la loro vita, e non una dispensatrice di compiti; dovrebbero sentire che la scuola continua, e continua per dare, non per richiedere.
Serve che i bambini non disimparino a vivere e a pensare, e ben venga un poco di televisione in più se nutrita di buoni documentari adatti all’età dello spettatore.

Serve inoltre che possano imparare una cosa nuova che riguarda anche noi adulti: tutta la nostra normalità è fragile ma se sappiamo individuare i legami, le risorse e le priorità fondamentali possiamo mantenere in vita la nostra collettività.
Ai bambini non serve la paura di una malattia. Serve comunicare loro che ci troviamo in circostanze del tutto nuove e in parte inesplorate e che conviene porci difronte ad esse con curiosità e disponibilità.
Per questo è importante che anche la scuola faccia la sua parte mantenendo con i suoi alunni e con le famiglie la comunicazione che conta, quella e ci parla della vita e dei legami, inclusa la solidarietà e la comprensione dell'altro”.

Ne è convinto Raffaele Iosa, già ispettore: un grande lavoro in tal senso.

Cito Daniele Novara per l’appello a riaprire le scuole : l’ho  conosciuto, stimato  quando ero dirigente scolastica. 


Gli anni da zero a sei sono i più importanti della vita, quelli dove si creano tutti gli automatismi emotivi e comportamentali che ci accompagneranno per tutta l’esistenza. Il bisogno motorio, specie dai tre anni, è la base degli apprendimenti: avere un inceppamento di questo tipo significa, specie se la cosa si protrarrà per altri mesi, non proseguire nella crescita. Non solo: la socializzazione da quell’età è fondamentale, perché nel rispecchiarsi con gli altri e con i limiti da loro imposti, si sviluppano le autoregolazioni, da cui scaturiscono capacità e competenze“.

Ma c’è anche il bisogno di autonomia, a dover giustificare secondo Novara un ripensamento sui tempi di apertura dei servizi educativi e scolastici a partire da maggio:

  Stando molto a casa, essendo circondati da un eccessivo maternage, i bambini subiranno dei danni ben superiori a quelli dell’infezione. Le idee ci sono, peccato che gli esperti non vengano interpellati. Io, nel mio piccolo, ho convocato i miei collaboratori del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti: presto tireremo fuori proposte per fare ripartire le attività dedicate ai bambini. Un esempio? Si può tranquillamente misurare la febbre ai bambini prima che entrino a scuola, saremmo benissimo in grado di farlo. Incaponirsi sul lockdown non ha alcun senso: abbiamo tenuto aperti i supermercati, abbiamo lasciato uscire i cani. E i bambini? Sono loro il nostro futuro”.

Il discorso è simile per i bambini della primaria e gli adolescenti: 
I più grandi in qualche modo si organizzano ma anche per loro si inceppa un momento importante della vita, si perdono le opportunità dell’età. E se penso a chi va alle elementari, davvero non posso credere che la didattica a distanza valga al pari dell’attivazione neuronale stimolata dall’interazione. Non ci sono alternative in questo senso. Il bambino va tenuto vivo e in funzione.

Aspetto.
Ma confesso, dalla politica mi aspetto poco

 Allargando poi il discorso alle famiglie , solo da noi  - e lo dice chiaramente anche un articolo firmato da Elisabetta Gualmini il cui titolo già chiarisce tutto “Il paese che odia le madri”-  si poteva pensare di aprire prima i luoghi di lavoro, e poi, solo dopo, le scuole e gli asili. 
“…È come guardare la realtà con la testa in giù. Un po’ come Cosimo nel Barone Rampante, quando perde l’equilibrio e rimane appeso ai rami col sangue che gli va alla testa”.

Già. I nonni sono fuori uso, e alle madri nel 2020 capita anche di dover lavorare; se poi sono autonome, a partita iva non possono nemmeno usufruire dei permessi e\o congedi.

Ma tant’è.
Siamo sinceri. Fase due: 450 esperti hanno partorito un topolino.

Nulla sui minori.  
Finora è stato chiesto loro di sostenere sacrifici enormi; lo hanno fatto dando dimostrazione di grande resilienza. 
Purtroppo, l'emergenza ha messo i bisogni di questi ultimi in secondo piano.

Occorre rovesciare la prospettiva, puntando sui diritti dei più piccoli e ponendo al centro le persone di minore età.

È il momento di prendere in considerazione quanto questi ultimi mesi sono costati ai bambini e agli adolescenti in termini di compressione dei diritti, in particolare del diritto al gioco, alle relazioni, all'istruzione, allo sport, alle attività ricreative. 

Non si può rinviare all’infinito.

Serve la volontà delle istituzioni.


Donata Albiero






venerdì 17 aprile 2020

TEMPO DI CORONAVIRUS ASCOLTA MADRE TERRA



MAI PIU’ COME PRIMA 



Ascolta madre terra con il cuore      https://youtu.be/SHkAYoye8D4

In giorni in cui la natura sta svelando il suo lato più truce e le pagine dei giornali si dedicano a questo dramma del virus che sta coinvolgendo il mondo intero, rischia di passare inosservata l‘Earth Day, il 22 aprile 2020, la giornata della terra, alla sua cinquantesima edizione, evento in cui proprio la natura dovrebbe essere al centro dei nostri primi pensieri.



Eppure, la pandemia ci ha fatto scoprire la fragilità non della Terra ma di noi esseri umani. Ora tutti dovrebbero sapere che la nostra vita dipende da equilibri naturali delicatissimi.

"L’epidemia provocata dal nuovo virus SARS-CoV-2, con il suo tragico carico di morti e miseria, serva da insegnamento.
La Terra è un macrorganismo vivente in cui tutto si tiene: biologia, ecologia, economia, istituzioni sociali, giuridiche e politiche. La salute di ciascun individuo è interconnessa e dipendente dal buon funzionamento dei cicli vitali del pianeta.
Il susseguirsi di malattie nuove e terribili sempre più frequenti e virulente (Ebola, HIV, influenza suina e aviaria, afta, febbre gialla, dengue, solo per citare le più note) sono la conseguenza della alterazione dei delicati equilibri naturali esistenti tra le differenti specie viventi e i loro relativi habitat.
L’abbattimento e gli incendi delle foreste tropicali, il consumo di suolo vergine, lo sfruttamento minerario, la caccia e il consumo di fauna selvatica, la concentrazione di allevamenti animali, l’agricoltura super intensiva, il sovraffollamento urbano e lo spostamento continuo di merci e persone sono le cause primarie dello scatenamento delle pandemie.   


 Come aveva scritto inascoltato un attento osservatore dei microrganismi patogeni:

“Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”
(David Quammen, Spillover, 2012)"


Questo è l'inizio dell'importante appello firmato da rappresentanti della società civile in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA, 22 APRILE  2020.
Non possiamo più fingere di non vedere. La normalità del mondo dopo-coronavirus non può essere quella di prima. Tutto e subito deve cambiare direzione, parametri di misura, valori di riferimento.
Ognuno di noi può’ dare il suo contributo di cittadino attivo firmandolo, inviando un messaggio alla mail: adesioni.appello2020@gmail.com


LINK DEL TESTO INTEGRALE


Donata Albiero 





domenica 5 aprile 2020

LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI NEI CONFLITTI SOCIO-AMBIENTALI. UNA TESI DI LAUREA PARLA DELLA SCUOLA



IL CASO DI CONTAMINAZIONE DA PFAS NEL VENETO 


In tempi di coronavirus, sicuramente, la tesi di Chiara Silva (Milano) che mi è stata da poco spedita, sui conflitti socio-ambientali in un determinato territorio e i diritti fondamentali negati ai cittadini, fa riflettere.
Fa da cassa d risonanza il caso specifico raccontato, che ha riguardato e riguarda tutt’ora il Veneto, l’inquinamento idrico causato dalle sostanze perfluoroalchiliche (i cosiddetti “PFAS”), che rischia ora di venire accantonato e minimizzato di fronte alla emergenza Covid-19  



Apprezzabile, tra i vari capitoli, quello riguardante la speranza nella scuola per attivare la cittadinanza attiva, trovando e innescando soluzioni efficaci alla delicata questione della contaminazione da PFAS.

“L’informazione e la partecipazione: il progetto di “Zero PFAS” nelle scuole

Ovviamente, prima di giungere ad una completa e diffusa partecipazione, è essenziale garantire innanzitutto l’informazione e la comunicazione (temi caratteristici del primo pilastro della Convenzione di Aarhus).
 Il problema di contaminazione da PFAS nel Veneto, si può affermare che una parte molto attiva della cittadinanza abbia cercato di raggiungere questi principi in diversi modi. Infatti i comitati e i movimenti anti-PFAS non si occupano solo di organizzare manifestazioni o cercare di raggiungere direttamente le autorità e le istituzioni, ma ritengono che sia fondamentale diffondere un’adeguata informazione; questo è il punto di partenza da cui si può poi ottenere una maggiore presa di coscienza da parte della popolazione e, di conseguenza, una cittadinanza più attiva. Un’azione molto importante sotto questo punto di vista consiste nell’accurato lavoro effettuato dal gruppo “Zero PFAS”, guidato dalla Dottoressa Donata Albiero e portato avanti da numerosi volontari, esperti, dottori, genitori che si sentono molto coinvolti in questo problema e che cercano di estenderne la conoscenza ad altre persone, in particolare ai giovani. 
Come afferma la Dottoressa Albiero -coordinatrice del gruppo educativo nonché promotrice e animatrice dell’iniziativa - l’idea di portare il progetto nelle scuole nasce dal desiderio e dalla profonda intenzione e volontà di rendere i ragazzi protagonisti attivi e visibili, una risorsa per la cittadinanza ed il territorio.


Il progetto (dal nome Salvaguardare la salute minacciata dalla contaminazione PFAS nelle falde e nelle acque superficiali del Sud Ovest Veneto”) è approdato nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado delle province maggiormente contaminate (Padova, Vicenza e Verona) a partire dall’anno scolastico 2018/2019. L’obiettivo generale consisteva nel cercare di coltivare il senso di responsabilità per rendere attivo il cittadino e nel creare la consapevolezza relativa alla difesa dell’ambiente, elemento fondamentale per poter proteggere anche la salute umana. Esso prevedeva innanzitutto delle lezioni in merito al problema di inquinamento da PFAS, per diffondere informazioni e conoscenze più approfondite. Dopodiché spettava ai ragazzi attivarsi in prima persona: venivano proposti lavori di gruppo, analisi di casi, problem solving, brainstorming, per cercare delle soluzioni utili ed efficaci alla questione PFAS. Il lavoro relativo a questo primo progetto (esso infatti è stato riproposto anche per l’anno scolastico successivo) prevedeva la somministrazione ai ragazzi di un questionario riguardante le conoscenze generali in materia di PFAS, di storia dell’inquinamento sul territorio veneto, della responsabilità di istituzioni ed abitanti e dell’importanza della cittadinanza attiva. Il questionario era da compilarsi prima di aver partecipato alle lezioni e ai corsi previsti dal programma. In questo modo gli educatori prendevano visione del livello di conoscenza degli studenti e capivano come il lavoro avrebbe dovuto essere impostato. I risultati emersi furono preoccupanti: solo il 20% risultò veramente interessato al problema e abbastanza informato in merito ad esso (gli alunni maggiormente a conoscenza della situazione risultarono quelli dell’istituto tecnico agrario Trentin di Lonigo, in quanto molti di essi risiedono nella “Zona Rossa”); la restante parte mostrava un alto tasso di disinformazione, legato ad un altrettanto elevato livello di disinteresse; il problema sembrava non riguardare loro o comunque ai loro occhi non pareva così grave (questa era un’ulteriore conferma di quella che Sandini aveva definito “una cittadinanza perlopiù indifferente”). Il tutto era aggravato dal fatto che le conoscenze che gli studenti riportavano nelle domande del questionario derivavano specialmente dai mass media, strumenti di comunicazione e di informazione utili alla conoscenza del problema, ma che spesso non presentano in maniera adeguata gli effetti e la gravità dello stesso: essi talvolta cercano di arginare le preoccupazioni dei cittadini, descrivendo il caso in questione come un problema per cui non c’è bisogno di allarmarsi e di preoccuparsi, in quanto sotto controllo. 

Anche l’informazione data dai genitori ai figli era molto limitata. Durante gli interventi nelle scuole, di un’importanza fondamentale è stato il metodo proposto dai numerosi volontari che si sono occupati di parlare ai ragazzi. Il Dottor Giovanni Fazio - medico di ISDE e cittadino molto attivo, nonché uno dei volontari del progetto - ha trovato opportuno rivolgersi agli studenti parlando direttamente non solo a loro, ma anche di loro. Ha spiegato in maniera diretta e dettagliata i problemi di salute derivanti dall’azione dei PFAS, ponendo l’accento sul fatto che essi possono generare malattie e patologie che non sono ipotetiche o lontane nel tempo, ma che sono attuali e riguardano loro, la generazione di oggi. Secondo il Dottor Fazio infatti è molto importante puntare alle emozioni delle persone per giungere ad una maggiore sensibilizzazione. Il progetto prevedeva inoltre delle assemblee organizzate con i genitori dei ragazzi, dove si cercava di estendere anche a loro la consapevolezza del grande rischio portato dai PFAS, pericolo che sembrava inizialmente sottovalutato dalla grande massa di cittadini, convinta che tali sostanze non fossero una minaccia, o meglio, che fosse una questione che non li riguardava direttamente. Come testimoniano i coniugi Albiero e Fazio però, la partecipazione dei genitori a questi incontri è stata scarsa. Fortunatamente coloro che sono sempre stati presenti mostravano un elevato interesse per la vicenda e hanno preso parte attivamente, esponendo la loro irritazione nei confronti delle istituzioni, considerate colpevoli di non aver mai messo in pratica il principio di precauzione e di non aver mai promosso una campagna informativa adeguata e soprattutto veritiera.

I promotori di questo progetto hanno avuto un riscontro molto positivo: sono riusciti a raggiungere più di millecinquecento giovani, hanno visto gli studenti impegnarsi molto ed esprimere in modo creativo idee innovative di soluzioni al problema di contaminazione. Sono stati proposti vari metodi di diffusione di conoscenza ed informazione: cartelloni pubblicitari, volantini informativi, giornaletti scolastici, addirittura la proposta di una redazione locale chiamata “TG PFAS” con i compiti di attirare l’attenzione e mettere in allerta i compagni. Persino gli insegnanti delle varie scuole in cui è approdato il progetto si dicono complessivamente molto soddisfatti dell’iniziativa: si è trattato di un’occasione molto importante perché ha rappresentato un motivo di crescita personale ed un elemento di miglioramento anche del percorso di studio. Molto soddisfatta e sorpresa si dice anche la Professoressa Albiero che è sempre stata presente ad ogni incontro con i ragazzi e non ha nascosto la sua contentezza nel vederli così partecipi, attivi e vogliosi di trovare soluzioni efficaci ad una questione così delicata.


Il progetto ha avuto un feedback talmente positivo che si è deciso di riproporlo anche per l’anno scolastico 2019/2020. Sono state contattate numerose scuole sempre delle tre province maggiormente interessate al problema (anche se in questo caso le scuole della provincia di Verona non hanno più aderito al progetto). Nonostante ciò la Dottoressa Albiero ha ricevuto richieste ed è stata più volte contattata da diversi istituti della provincia di Venezia, toccata anch’essa dal problema, dato che quantità rilevanti di PFAS sono emerse recentemente anche nella laguna. Ancora una volta il progetto (intitolato “PFAS in Veneto. I rischi per la salute sono reali: conoscere per capire e agire”) si pone come obiettivo principale la sensibilizzazione dei cittadini di fronte al tema dell’inquinamento da PFAS e la creazione di un sentimento di responsabilità delle singole persone che possono partecipare in modo più attivo alle decisioni che riguardano loro stesse. Agisce attraverso corsi nelle classi, assemblee di istituto con alunni e docenti, incontri con i genitori dei ragazzi per renderli maggiormente consapevoli sulle attuali criticità ambientali. Dietro a questa nuova iniziativa c’è ancora una volta un grande lavoro di preparazione da parte dei volontari, che operano per cercare i metodi e gli strumenti adeguati ad affrontare un problema di questo calibro e ad analizzare la realtà.



La novità dell’anno scolastico 2019/2020 consiste nel mostrare agli studenti il documentario “The Devil We Know”, nato inizialmente come progetto linguistico di traduzione (promosso e coordinato dalla professoressa di inglese Stefania Romio, insegnante nell’Istituto Boscardin di Vicenza che ha riguardato alcune classi terze) e divenuto poi strumento fondamentale di informazione per la vicenda. Il documentario infatti tratta della contaminazione da PFAS avvenuta in West Virginia, USA, di cui il principale responsabile è il colosso DuPont (che dovrà pagare un risarcimento di oltre seicentosettanta milioni di dollari per i danni causati alla salute delle persone e all’ambiente).



Un altro argomento molto importante su cui il nuovo progetto si vuole concentrare consiste nel diritto spesso negato alla sicurezza alimentare: l’Istituto Superiore di Sanità ha effettuato dei controlli in molte aziende alimentari della Zona Rossa ed è risultata la presenza di elevatissime quantità di PFAS nella carne bovina e suina, nel latte e nelle uova (questo deriva dal fatto che gli animali si abbeverano dalle acque provenienti dalla falda che sono contaminate e di conseguenza le sostanze chimiche entrano e permangono nel loro organismo). I prodotti provenienti da tutte queste aziende (ad eccezione dei pesci dei fiumi e delle rogge che sono risultati immangiabili per gli altissimi livelli di PFAS nel loro organismo e per i quali è stato decretato anche un divieto di pesca) non sono mai stati ritirati dalla Regione, ma hanno continuato (e continuano tutt’ora) ad essere venduti sul mercato, nonostante l’accertata presenza di sostanze inquinanti al loro interno. Inoltre non è mai stata effettuata nessuna mappatura dei terreni e tanto meno dei prodotti agricoli e di allevamento; nella maggior parte dei casi i cittadini non sono a conoscenza della presenza di PFAS negli alimenti in quanto non viene riportata sui prodotti nessuna informazione in merito ad essi. Uno degli obiettivi consiste proprio nella diffusione di tutte queste informazioni, nel tentativo di sensibilizzare non solo i ragazzi, ma anche le famiglie nelle scelte alimentari che li riguardano.

Il progetto si basa su una grande convinzione: questo mondo appartiene ai giovani e sono proprio loro che con le loro scelte contribuiscono a modificare il presente e hanno strumenti per poter migliorare il futuro. Grazie a questo intenso lavoro che è stato e viene tutt’ora effettuato ogni giorno da volontari, insegnanti, medici, geologi e da comuni cittadini fortemente interessati alla questione, i ragazzi hanno capito che cosa significa conoscere il territorio e i problemi che si manifestano su di esso, battersi per i loro diritti, difendere la propria salute e non fermarsi mai di fronte alle ingiustizie. Questo non toglie il fatto che anche i cittadini che hanno a cuore la tutela e la salvaguardia dell’ambiente e sono preoccupati per la propria salute e quella dei propri figli, possano con le loro azioni apportare contributi essenziali”.
  
Personalmente ringrazio Chiara per il lavoro svolto.
Qualche inesattezza di date riportate (il gruppo mamme ha iniziato la propria attività nel 2017) o l’assegnazione sbagliata del titolo accademico a un relatore, il privilegiare determinate voci del territorio con cui si sono realizzate le varie interviste alle altre ‘grandi’, importanti voci di attivisti non incontrate e che stanno facendo la storia del movimento No PFAS, non scalfiscono l’importanza del racconto …”ad imperitura” memoria.  

La tesi


Donata Albiero                                 29 maggio 2020 

lunedì 30 marzo 2020

SCUOLA E DIDATTICA A DISTANZA IMPOSTA DAL CORONAVIRUS



Un buon insegnante colpisce per l’eternità; non può mai dire dove la sua influenza si ferma (Henry Brooks Adams)

      (foto ansa) 

Ho aspettato a lungo prima di esprimere le mie considerazioni sull’ insegnamento a distanza per le Scuole, resa in pratica obbligatoria dal Ministero, nel momento eccezionale in cui esse sono state chiuse per il ‘coronavirus’. Non sono una sprovveduta e parlo conoscendo la situazione oggettiva in cui versano le scuole d’Italia

Non volevo prendere posizione in un momento così critico, oserei dire impensabile, ma tant’è. L’isolamento e l’immobilismo a casa, lontana da quattro nipotini costretti anch’essi ai ‘confini domiciliari’ senza gli amichetti della scuola infanzia, o primaria o asilo nido, senza nemmeno la compagnia dei nonni anche se ben compensati dalla presenza delle rispettive mamme, a casa senza stipendio perché lavoratrici autonome, può essere l’occasione di riflessioni serie, anche se espresse in qualità di semplice cittadina.     

Il diffondersi del contagio del virus Covid-19 ha toccato tutti gli aspetti della nostra esistenza per le drastiche misure adottate, compresa la scuola, con l'interruzione delle normali attività didattiche e l’invito, poi obbligo, a sostituire le lezioni tradizionali con forme di apprendimento a distanza.
Il mondo della scuola (non tutto) che fino a questo momento aveva concentrato la propria attenzione su strumenti tecnologici da utilizzare in classe come Lim e Tablet ( lo so bene avendo dotato la mia ex scuola del Nord, ricca ed efficiente, di Lim per ogni classe oltre che di laboratori informatici  per ogni plesso e di registri elettronici (parlo già di nove anni fa) si rende conto che quegli strumenti, se davvero li ha, possono essere insufficienti, che il personale , in gran parte, non è preparato  all’uso  delle nuove tecnologie per la didattica e della didattica a distanza.
In un momento di emergenza mondiale quale quello che stiamo vivendo, di bambini e ragazzi privati della routine scolastica, dei loro compagni, chiusi in casa, non c’è spazio a critiche sul fare o non didattica a distanza, ben consapevoli delle difficoltà che ciascuno si trova ad affrontare.     
E' una fase troppo delicata.  
La scuola è “presidio dello Stato” e deve continuare, in qualche modo, la sua funzione.  
Con responsabilità e realismo dobbiamo coniugare le necessità con le possibilità, per fare in modo che da questa situazione di crisi la Scuola italiana non ne esca peggio di come vi è entrata, né che la Scuola abdichi , sic et simpliciter, al suo ruolo.   



Ci sono dei passaggi interessanti nella lettera (esageratamente retorica in certe affermazioni, catalogando i docenti “eroi anonimi”) della ministra Azzolina rivolta al personale scolastico quando scrive:                                                                                     "La didattica a distanza sta diventando una risorsa (così come lo è sempre stata nella scuola in ospedale) che sopperisce all’impossibilità di fare lezione in presenza, e sta permettendo a docenti, ragazzi e famiglie di riscoprire una vicinanza, una collaborazione ed un’alleanza che sono ancora più preziose di fronte al senso di incertezza che comprensibilmente tutti sentiamo".
Come non essere d’accordo?

Attenzione però: la didattica a distanza può essere non democratica, non raggiungere tutti. Il divario digitale tra scuole, tra singoli alunni può, di fatto, significare divario sociale e a scuola, oggi, ce n'è purtroppo già troppo (scuola aziendalista, scuola degli sponsor privati, scuola delle competenze)                                                                          

Ogni insegnante deve, perciò, lavorare, con ogni mezzo a disposizione, perché tutti, dai più piccini ai più grandi, non perdano il contatto con la scuola dalla quale, come diceva don Milani "attendono di essere fatti uguali".          

 Ecco, io non vorrei che in questa emergenza, in questi mesi, si creassero scuole di sere A e scuole di serie B; scuole preparate e super organizzate , in cui gli studenti sono quasi tutti pronti e autonomi per recepire il nuovo tipo di istruzione e scuole che per mezzi e platea , rischiano seriamente di compromettere il percorso scolastico di molti studenti.                                        

Ritorno a un punto della lettera del Ministro che approvo. 

 “In questi momenti difficili ciò che guida la nostra azione è il buon senso: i docenti conoscono le loro classi, sanno anche come stimolare e valutare ogni singolo alunno, conoscono il vissuto dei loro allievi, il percorso che hanno fatto …Questo è il momento di ricorrere alle nostre migliori risorse, perché l’eccezionalità della situazione lo richiede"

 Tutti insieme, come comunità educante, oltre umane divisioni e personalismi.
 “Insieme alle Istituzioni, a tutto il personale sanitario, alla Protezione civile, alle forze dell’ordine, in questo momento anche la scuola è baluardo della democrazia, custode dei diritti ed esempio per i cittadini.
 Ecco perché la scuola non si è fermata e non si fermerà”.


E allora che fare?
Certo, all’inizio del ‘coronavirus’ e del cambiamento delle nostre routine quotidiane, ci si è sentiti spiazzati. Certo sicuramente ci sono delle criticità, sicuramente manca la modalità che dia sicurezza nell’operare. Ci si destreggia con la rete internet che funziona a singhiozzo, ma la didattica a distanza è un mezzo in un momento così difficile e pieno di paure, per sostenere i ragazzi e non farli sentire soli, per proseguire il percorso, per stare insieme.

 Raffaele Iosa, ispettore che ho conosciuto e stimato quando ero dirigente scolastica, nella sua lucidità pedagogica trasforma la didattica a distanza in "didattica della vicinanza". 

 E spiega, appunto“…l'uso di computer, piattaforme, cellulari ecc. è funzionale alla condizione di emergenza che obbliga gli insegnanti pur di avere ancora una relazione educativa a fare i conti con queste diavolerie in cui spesso sono capaci di più i loro alunni. Non servivano circolari ministeriali né i brontolamenti sindacali per promuovere questa didattica in emergenza (…)
E stato…un atto civico e al di fuori di tutte le leggi del mostro-scuola che ha mosso gli insegnanti ad agire e ad inventarsi di tutto. Cose buone o meno buone, ma un atto inatteso…Faremo i conti dopo, finita l'emergenza su luci e ombre di questa esperienza. Ma certo l'ignoto virus ha messo alla prova migliaia di insegnanti che hanno preso contatto col virtuale facendo e non ascoltando (...). Tutto il resto è secondario e banale

Proprio così.     

Quando tutto finirà, saremo ancora in piedi e la scuola sarà più forte. perché la scuola c'è, ci deve essere, sempre.   


Donata Albiero