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domenica 8 marzo 2026

STELLA STELLINA LA NOTTE SI AVVICINA...

 

 Stellina’

Stella stellina

La notte si avvicina

Non basta una preghiera

Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera

Ma non c’è quel che c’era

Non ci sei più tu

Ho trovato la tua bambola

Mi è sembrato di vederti ancora

Eri così piccola

La stringevi fino a sera

È passata già un’eternità

O solamente un’ora

Da quando nel cielo una nuvola

Risale dalla tua casa

Dalla mia casa

Stella stellina

La notte si avvicina

Non basta una preghiera

Per non pensarci più

Dalla collina si attende primavera

Ma non c’è quel che c’era

Non ci sei più tu

La ninna nanna del cantante  Ermal Meta, a Sanremo 2026,  è una filastrocca che parla di Gaza e di bambini che non ci sono più.

Ermal volge lo sguardo verso Gaza per raccontare la storia di una bambina palestinese, strappata via a questa vita dalla guerra.

Usa le parole rimate, sceglie i toni cantilenanti, gioca con i ritmi tipici delle filastrocche, e parla di infanzia Ermal Meta sul palco di Sanremo. Però delle nenie per bambini la sua canzone non ha la leggerezza, la spensieratezza: è una ninna nanna dolorosa e struggente per tutte le bambine e i bambini uccisi dalla guerra, specialmente per quelli di Gaza.

La stellina che non c'è più potrebbe chiamarsi Amal, o forse Nour, o Layla, chissà ... O magari potrebbe essere Hind Rajab, la bambina resa tristemente nota dal film - Leone d'Argento a Venezia - diretto da Kaouther Ben Hania, che ricostruisce la vera storia della bimba palestinese di sei anni rimasta bloccata per ore in un'auto tra i suoi familiari uccisi, diventata simbolo della tragedia dei minori in ogni conflitto.

E anche Stella Stellina è un simbolo, lo sono i nomi ogni sera diversi ricamati sugli abiti: del cantante che ha affermato in un'intervista: "ogni nome è un incantesimo e tanti ne sono stati spezzati, dunque è doveroso dare un nome o un volto ai bambini e anche non sentirmi solo sul palco con la mia incapacità di fare qualcosa".

 Gaza non è un titolo di telegiornale comparso all’improvviso. È una ferita aperta da decenni. Dal 1948, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case. Dal 1967, con l’occupazione dei territori. Dal 2007, con il blocco della Striscia che ha trasformato un territorio densamente abitato in uno spazio chiuso, controllato, fragile. Il 7 ottobre è stato un giorno di sangue e orrore. Ma la storia non comincia lì. E non si può fingere che tutto nasca da una data.

Dopo quell’attacco, la risposta militare israeliana ha colpito Gaza con una forza devastante. Migliaia di civili uccisi. Un numero altissimo di bambini. Quartieri interi distrutti. Ospedali senza elettricità. Famiglie costrette a spostarsi senza sapere dove andare. La discussione internazionale parla di proporzionalità, di diritto umanitario, di responsabilità. Alcuni parlano apertamente di genocidio. Non come parola provocatoria, ma come interrogativo giuridico e morale davanti a una distruzione così estesa.

C’è chi chiede che la musica resti neutrale. Ma quando muoiono i bambini la neutralità non è equilibrio. È assenza. Meta non ha accusato nessuno per nome. Non ha trasformato il palco in un tribunale. Ha fatto una cosa più difficile: ha ricordato.

Sanremo finirà. Le classifiche cambieranno. Le polemiche si spegneranno. Ma quel nome resta. E forse questo è il punto. Restituire umanità dove l’abitudine rischia di cancellarla.

Non serve sapere se la canzone vincerà. Alcune canzoni non hanno bisogno di podi. Hanno bisogno di essere ascoltate.

E questa, nel rumore generale, ha scelto di farci restare in silenzio davanti a un nome.

 

Grazie

Donata Albiero